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INTERVISTA ALESSIO BERTALLOT
Abiti e oggetti hanno spesso percorsi curiosi. Lasciando da parte le cose immortali il cui destino eterno è definito dalla loro stessa genialità, ci sono prodotti mediocri che possono avere una fortuna effimera, che cavalcano il momento, ottengono inspiegabili successi temporanei e poi si esauriscono per non tornare più. Esistono poi prodotti che, dopo un periodo più o meno lungo di successo, spariscono per lasciare spazio a prodotti nuovi che sappiano incalzare i cambiamenti, ma ritornano dopo vent'anni più forti di prima. Il vintage è proprio questo. Credo che la musica spesso segua i medesimi percorsi. Sapresti citarmi due band il cui destino ricalchi quello di queste due tipologie di prodotto? Una band che non aveva senso di esistere, ha avuto un sucesso immotivato e si è spenta com'era giusto che accadesse; ed una che ha avuto successo, si è assopita perché i tempi cambiavano e che ha tutte le carte in regola per essere un giorno riscoperta e valorizzata.
Europe e Massive Attack
Ho chiesto ad una ragazza che ha fatto un workshop poco fa in percentuale quanto ci fosse di vintage nel suo guardaroba e quanto di originale. Chiedo a te la stessa cosa ma riguardo ai tuoi dischi.
Preferisco guardare al futuro, nella mia collezione c'è molta musica originalmente vecchia. Amy Winehouse è vintage, ma i suoi maestri come per esempio Aretha Franklin sono cultura.
Mi consigli un romanzo?
La strada di Cormac McCarthy. Che poi ripercorre a distanza di decenni Furore di Steinbeck, quindi è un po' vintage.
Rosticceria o pasticceria?
Rosticceria
Mi disegni un cappello?
Certo
Abiti e oggetti hanno spesso percorsi curiosi. Lasciando da parte le cose immortali il cui destino eterno è definito dalla loro stessa genialità, ci sono prodotti mediocri che possono avere una fortuna effimera, che cavalcano il momento, ottengono inspiegabili successi temporanei e poi si esauriscono per non tornare più. Esistono poi prodotti che, dopo un periodo più o meno lungo di successo, spariscono per lasciare spazio a prodotti nuovi che sappiano incalzare i cambiamenti, ma ritornano dopo vent'anni più forti di prima. Il vintage è proprio questo. Credo che la musica spesso segua i medesimi percorsi. Sapresti citarmi due band il cui destino ricalchi quello di queste due tipologie di prodotto? Una band che non aveva senso di esistere, ha avuto un sucesso immotivato e si è spenta com'era giusto che accadesse; ed una che ha avuto successo, si è assopita perché i tempi cambiavano e che ha tutte le carte in regola per essere un giorno riscoperta e valorizzata.
Europe e Massive Attack
Ho chiesto ad una ragazza che ha fatto un workshop poco fa in percentuale quanto ci fosse di vintage nel suo guardaroba e quanto di originale. Chiedo a te la stessa cosa ma riguardo ai tuoi dischi.
Preferisco guardare al futuro, nella mia collezione c'è molta musica originalmente vecchia. Amy Winehouse è vintage, ma i suoi maestri come per esempio Aretha Franklin sono cultura.
Mi consigli un romanzo?
La strada di Cormac McCarthy. Che poi ripercorre a distanza di decenni Furore di Steinbeck, quindi è un po' vintage.
Rosticceria o pasticceria?
Rosticceria
Mi disegni un cappello?
Certo
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INTERVISTA GIOVANNI ANCESCHI
L'arte in tutte le sue forme è un macrocosmo definibile secondo infiniti criteri differenti. Secondo me un metodo efficace per definire l'arte in generale è farlo attraverso lo scopo. Io credo che lo scopo dell'arte in generale sia sostanzialmente quello di emozionare. E' una definizione ammissibile?
Non parlo volentieri di arte, preferisco parlare di arti nella loro molteplicità. Temo molto le generalizzazioni perché si rischia la semplificazione.
E' comunque vero che c'e' un'idea che si è deformata di un'arte senza piacere. Se dobbiamo essere monisti, all'emozione preferisco il piacere perché ha molte forme e si occupa del destinatario.
L'arte programmata che ho praticato negli anni 60 ha un nome che sembra promettere l'assenza di emozioni e invece non è cosi', oggi quella è l'arte sinestetica e somatica, legata al corpo e quindi alle emozioni.
Io tuttavia sono convinto che l'arte autentica sia eterna e imperturbabile nella sua capacità di saper emozionare allo stesso modo nel corso dei secoli (Ezra Pound diceva che "solo l'emozione resiste" ). Il design si pone come oggetto della propria esistenza la comunicazione, ma mi sembra che per perseguire questo scopo rischi di essere legata al qui ed ora. E' possibile che il design sia inevitabilmente legato al proprio tempo e che quindi rischi di lasciare il tempo che trova col modificarsi delle necessità comunicative e di allontanarsi dall'arte?
Nel 68 decidemmo di fare un'arte che servisse e la risposta era evidente: un'arte che serve è il design.
E' una cosa molto ingenua che infatti non è piu' arte, è design.
Quindi il design non è arte?
No! Su un certo piano arte e design sono la stessa cosa, su un altro differiscono. Sul piano delle competenze legate alla configurazione sono arte entrambe (un bravo designer e un bravo artista hanno la stessa competenza nel dare la forma), ma sono differenti proprio sul piano di cui parlavi tu, quello dello scopo.
Da quando è nata "l'arte per l'arte", l'arte si e' differenziata dal design. Prima le due cose coesistevano e si mescolavano, poi tra 800 e 900 si sono separate: l'arte è autonoma e il design è eteronomo. Per il design ci vuole un committente, deve servire a qualcuno.
Nemmeno l'arte è eterna. In latino l'ars riguardava l'arte tecnica, l'artigianato.
Ma io credo che possa esistere un arte eterna. Per esempio un romanzo ( che per me puo' essere il Barone rampante e per qualcun altro Guerra e pace), può avere la capacità di emozionare sempre e allo stesso modo. In questo senso intendo che l'arte può essere eterna. Esiste un'arte che può scavalcare i secoli mantenendo intatta la propria efficacia: un arte che sappia vivere nel tempo e non in un tempo.
Mio padre mi ha insegnato il concetto di "fortuna" dei letterati. Dante è stato considerato un cazzone ai suoi tempi perchè tutti erano dei petrarchisti. I modelli lottano fra loro e i vincitori cambiano di continuo: metamorfosi è la parola chiave.
Mi consiglia un romanzo?
Balzac, ?Illusioni perdute ?
Rosticeria o pasticceria?
Pasticceria
Mi disegna un cappello?
Certo
Ciao, grazie, e' stato illuminante.
L'arte in tutte le sue forme è un macrocosmo definibile secondo infiniti criteri differenti. Secondo me un metodo efficace per definire l'arte in generale è farlo attraverso lo scopo. Io credo che lo scopo dell'arte in generale sia sostanzialmente quello di emozionare. E' una definizione ammissibile?
Non parlo volentieri di arte, preferisco parlare di arti nella loro molteplicità. Temo molto le generalizzazioni perché si rischia la semplificazione.
E' comunque vero che c'e' un'idea che si è deformata di un'arte senza piacere. Se dobbiamo essere monisti, all'emozione preferisco il piacere perché ha molte forme e si occupa del destinatario.
L'arte programmata che ho praticato negli anni 60 ha un nome che sembra promettere l'assenza di emozioni e invece non è cosi', oggi quella è l'arte sinestetica e somatica, legata al corpo e quindi alle emozioni.
Io tuttavia sono convinto che l'arte autentica sia eterna e imperturbabile nella sua capacità di saper emozionare allo stesso modo nel corso dei secoli (Ezra Pound diceva che "solo l'emozione resiste" ). Il design si pone come oggetto della propria esistenza la comunicazione, ma mi sembra che per perseguire questo scopo rischi di essere legata al qui ed ora. E' possibile che il design sia inevitabilmente legato al proprio tempo e che quindi rischi di lasciare il tempo che trova col modificarsi delle necessità comunicative e di allontanarsi dall'arte?
Nel 68 decidemmo di fare un'arte che servisse e la risposta era evidente: un'arte che serve è il design.
E' una cosa molto ingenua che infatti non è piu' arte, è design.
Quindi il design non è arte?
No! Su un certo piano arte e design sono la stessa cosa, su un altro differiscono. Sul piano delle competenze legate alla configurazione sono arte entrambe (un bravo designer e un bravo artista hanno la stessa competenza nel dare la forma), ma sono differenti proprio sul piano di cui parlavi tu, quello dello scopo.
Da quando è nata "l'arte per l'arte", l'arte si e' differenziata dal design. Prima le due cose coesistevano e si mescolavano, poi tra 800 e 900 si sono separate: l'arte è autonoma e il design è eteronomo. Per il design ci vuole un committente, deve servire a qualcuno.
Nemmeno l'arte è eterna. In latino l'ars riguardava l'arte tecnica, l'artigianato.
Ma io credo che possa esistere un arte eterna. Per esempio un romanzo ( che per me puo' essere il Barone rampante e per qualcun altro Guerra e pace), può avere la capacità di emozionare sempre e allo stesso modo. In questo senso intendo che l'arte può essere eterna. Esiste un'arte che può scavalcare i secoli mantenendo intatta la propria efficacia: un arte che sappia vivere nel tempo e non in un tempo.
Mio padre mi ha insegnato il concetto di "fortuna" dei letterati. Dante è stato considerato un cazzone ai suoi tempi perchè tutti erano dei petrarchisti. I modelli lottano fra loro e i vincitori cambiano di continuo: metamorfosi è la parola chiave.
Mi consiglia un romanzo?
Balzac, ?Illusioni perdute ?
Rosticeria o pasticceria?
Pasticceria
Mi disegna un cappello?
Certo
Ciao, grazie, e' stato illuminante.
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INTERVISTA ALESSIA MARCHIORO
Non credi che ci siano troppi blog che parlano di moda e cibo? Cosa salvi in un blog di questo tipo?
Banalmente, l'originalità. Col nostro workshop volevamo individuare 4 realtà italiane nuove che potessero raccontare qualcosa di significativo, qualcosa di diverso dalle ricette. Per esempio i "Tour de fork" interpretano il cibo in chiave sociale: sono dei ragazzi che organizzano dei secret dinner tra sconosciuti dove ognuno porta le proprie cose. In questo modo creano un'occasione di socialità; usano internet ma coinvolgono le persone dal vero.
Fa più tendenza un piatto buono o uno bello? Sui blog vedo solo foto di cupcakes e muffin coloratissimi, sul serio tutti impazziscono per quelle cose? Perché non ci sono blog che mostrano panini unti o pasta e ceci?
Ovviamente vince il lato estetico perché colpisce e le fotografie appariscenti catturano l'attenzione nell'universo di food-blog che c'è in internet. Roberta Deiana dice che la forma è importante, ma bisogna sapere cosa ingerisci, è questo che fa la differenza. C'è un overflow di immagini colorate che fanno venire fame, ma le realtà che trattano il cibo in modo completo purtroppo sono molto poche.
Sapresti dirmi un piatto italiano che ha ripercorso la strada di certi capi vintage? Un piatto che prima era da poveri, poi è sparito per essere in seguito riscoperto come piatto di lusso.
Il toast. Ora te lo fanno pagare una cifra e lo chiamano "club sandwich".
Dimmi un piatto sopravvalutato ed uno sottovalutato.
Vivo a Milano e come piatto sopravvalutato dico il Sushi (anche se lo adoro e lo mangio spesso): i ristoranti non fanno più la cassola ma il sushi.
Un piatto sottovalutato per me è la minestrina con le stelline e il formaggino.
Adoro. Il tuo piatto preferito?
Va a momenti. Tutto quello che fa mia nonna e la Crème Brulée.
(a questo punto decido di fare il Vergassola della situazione) Il nome del tuo workshop e' "Digita come mangi", la testiera del tuo computer e' unta?
Untissima
Consigliami un romanzo.
Qualunque saga familiare
Rosticceria o pasticceria?
Pasticceria, ma solo perché sono tornata da Milano con quattro cupcake per mia madre, ma era malata e me li sono mangiati tutti.
Trovi che sia bello?
Certo, ma più che bello ti trovo tenero.
Mi disegni un cappello?
Si.
Non credi che ci siano troppi blog che parlano di moda e cibo? Cosa salvi in un blog di questo tipo?
Banalmente, l'originalità. Col nostro workshop volevamo individuare 4 realtà italiane nuove che potessero raccontare qualcosa di significativo, qualcosa di diverso dalle ricette. Per esempio i "Tour de fork" interpretano il cibo in chiave sociale: sono dei ragazzi che organizzano dei secret dinner tra sconosciuti dove ognuno porta le proprie cose. In questo modo creano un'occasione di socialità; usano internet ma coinvolgono le persone dal vero.
Fa più tendenza un piatto buono o uno bello? Sui blog vedo solo foto di cupcakes e muffin coloratissimi, sul serio tutti impazziscono per quelle cose? Perché non ci sono blog che mostrano panini unti o pasta e ceci?
Ovviamente vince il lato estetico perché colpisce e le fotografie appariscenti catturano l'attenzione nell'universo di food-blog che c'è in internet. Roberta Deiana dice che la forma è importante, ma bisogna sapere cosa ingerisci, è questo che fa la differenza. C'è un overflow di immagini colorate che fanno venire fame, ma le realtà che trattano il cibo in modo completo purtroppo sono molto poche.
Sapresti dirmi un piatto italiano che ha ripercorso la strada di certi capi vintage? Un piatto che prima era da poveri, poi è sparito per essere in seguito riscoperto come piatto di lusso.
Il toast. Ora te lo fanno pagare una cifra e lo chiamano "club sandwich".
Dimmi un piatto sopravvalutato ed uno sottovalutato.
Vivo a Milano e come piatto sopravvalutato dico il Sushi (anche se lo adoro e lo mangio spesso): i ristoranti non fanno più la cassola ma il sushi.
Un piatto sottovalutato per me è la minestrina con le stelline e il formaggino.
Adoro. Il tuo piatto preferito?
Va a momenti. Tutto quello che fa mia nonna e la Crème Brulée.
(a questo punto decido di fare il Vergassola della situazione) Il nome del tuo workshop e' "Digita come mangi", la testiera del tuo computer e' unta?
Untissima
Consigliami un romanzo.
Qualunque saga familiare
Rosticceria o pasticceria?
Pasticceria, ma solo perché sono tornata da Milano con quattro cupcake per mia madre, ma era malata e me li sono mangiati tutti.
Trovi che sia bello?
Certo, ma più che bello ti trovo tenero.
Mi disegni un cappello?
Si.
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Day Three al Festival: appunti sparsi...
Ultima giornata e poi anche noi saremo trascorsi, apparterremo al passato, resteremo nei ricordi di chi ha camminato i corridori e gli spazi del San Gaetano, ci descriveremo usando l'imperfetto. Saremo vintage.
Il terzo e conclusivo giorno del Padova Vintage Festival pullula di appuntamenti e visitatori. Siete tanti, talmente tanti che l'agorà sembra Prato della Valle nei giorni di mercato e anche gli espositori con cui son state scambiate due chiacchiere si son detti contenti di voi, della vostra affluenza, partecipazione e curiosità. Padova, siamo sulla buona strada!
Quella che porterà anche queste zone ad apprezzare con forte consapevolezza il vintage, altrove diffusa maggiormente. Angelo Caroli di A.N.G.E.L.O. è dell'avviso che qui a Padova un evento del genere serviva: lui è emiliano e nella sua terra d'origine c'è molta più familiarità col vintage, cultura che qui non si è ancora sviluppata in quel modo, ma il coinvolgimento di pubblico c'è stato e la curiosità era palpabile. Anche per Chiara Azzena Girello di Team for Children la tre giorni di vintage é andata benissimo: la curiosità dei visitatori è stata abbondante anche nei confronti di questa associazione che ha definito la propria presenza all'interno di questo evento "un'ottima vetrina".
Presente, come promesso, anche uno dei testimonial della Onlus, l'attore Raffaello Balzo, che partecipa alla premiazione del concorso fotografico "Ricordi Vintage" organizzato con Il Mattino (se siete curiosi di vedere gli scatti premiati tanto quanto lo eravate nei giorni scorsi di spulciare occhiali e abiti, trovate le foto nell'affollata pagina Facebook "Padova Vintage Festival") . A seguire, la consegna di un altro premio, quello legato al contest "Look for London", che ha messo in palio per il miglior look vintage un viaggio a Londra per due persone: i vincitori, un lui e una lei, sembrano arrivati direttamente dagli anni quaranta, ritagliati da una foto d'epoca, ravvivati nei colori e portati di fronte ad un pubblico moderno, che non può che applaudire tanta impeccabile patina retrò.
Amanti e curiosi del vintage, avete dimostrato tanto interesse quanta pazienza e le file che si son formate tanto all'entrata del Centro Culturale San Gaetano, quanto all'ingresso dei workshop lo dimostrano. Verso le 19.00 si conclude un altro appuntamento che ha creato grande seguito: la sfilata vintage. In un auditorium gremito ma composto la musica accompagna gli sguardi che da sinistra verso destra rincorrono sul palco le camminate di modelle e modelli che portano alla luce - soffusa - anni trascorsi, epoche passate, glamour d'altri tempi.
Tutto, infine, si conclude là dov'era iniziato: il Caffè Pedrocchi è cappello e chiusura del Padova Vintage Festival. Il "caffè senza porte", luogo della conferenza stampa di presentazione della kermesse, è qualche giorno dopo anche il luogo dell'ultimo dopofestival, palco per diversi artisti. Le ultime note son quelle suonate da Versus + Andy (Bluvertigo) che rispolverano David Bowie, i Depeche Mode e i Pink Floyd. Buoni ricordi a tutti.
DI STEFANIA CAVALLETTO
REDAZIONE VINTAGE FESTIVAL
Ultima giornata e poi anche noi saremo trascorsi, apparterremo al passato, resteremo nei ricordi di chi ha camminato i corridori e gli spazi del San Gaetano, ci descriveremo usando l'imperfetto. Saremo vintage.
Il terzo e conclusivo giorno del Padova Vintage Festival pullula di appuntamenti e visitatori. Siete tanti, talmente tanti che l'agorà sembra Prato della Valle nei giorni di mercato e anche gli espositori con cui son state scambiate due chiacchiere si son detti contenti di voi, della vostra affluenza, partecipazione e curiosità. Padova, siamo sulla buona strada!
Quella che porterà anche queste zone ad apprezzare con forte consapevolezza il vintage, altrove diffusa maggiormente. Angelo Caroli di A.N.G.E.L.O. è dell'avviso che qui a Padova un evento del genere serviva: lui è emiliano e nella sua terra d'origine c'è molta più familiarità col vintage, cultura che qui non si è ancora sviluppata in quel modo, ma il coinvolgimento di pubblico c'è stato e la curiosità era palpabile. Anche per Chiara Azzena Girello di Team for Children la tre giorni di vintage é andata benissimo: la curiosità dei visitatori è stata abbondante anche nei confronti di questa associazione che ha definito la propria presenza all'interno di questo evento "un'ottima vetrina".
Presente, come promesso, anche uno dei testimonial della Onlus, l'attore Raffaello Balzo, che partecipa alla premiazione del concorso fotografico "Ricordi Vintage" organizzato con Il Mattino (se siete curiosi di vedere gli scatti premiati tanto quanto lo eravate nei giorni scorsi di spulciare occhiali e abiti, trovate le foto nell'affollata pagina Facebook "Padova Vintage Festival") . A seguire, la consegna di un altro premio, quello legato al contest "Look for London", che ha messo in palio per il miglior look vintage un viaggio a Londra per due persone: i vincitori, un lui e una lei, sembrano arrivati direttamente dagli anni quaranta, ritagliati da una foto d'epoca, ravvivati nei colori e portati di fronte ad un pubblico moderno, che non può che applaudire tanta impeccabile patina retrò.
Amanti e curiosi del vintage, avete dimostrato tanto interesse quanta pazienza e le file che si son formate tanto all'entrata del Centro Culturale San Gaetano, quanto all'ingresso dei workshop lo dimostrano. Verso le 19.00 si conclude un altro appuntamento che ha creato grande seguito: la sfilata vintage. In un auditorium gremito ma composto la musica accompagna gli sguardi che da sinistra verso destra rincorrono sul palco le camminate di modelle e modelli che portano alla luce - soffusa - anni trascorsi, epoche passate, glamour d'altri tempi.
Tutto, infine, si conclude là dov'era iniziato: il Caffè Pedrocchi è cappello e chiusura del Padova Vintage Festival. Il "caffè senza porte", luogo della conferenza stampa di presentazione della kermesse, è qualche giorno dopo anche il luogo dell'ultimo dopofestival, palco per diversi artisti. Le ultime note son quelle suonate da Versus + Andy (Bluvertigo) che rispolverano David Bowie, i Depeche Mode e i Pink Floyd. Buoni ricordi a tutti.
DI STEFANIA CAVALLETTO
REDAZIONE VINTAGE FESTIVAL
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Il diavolo e l'acqua santa
Il diavolo e l'acqua santa
Paolo Favaretto vs. JoeVelluto, moderatore Eugenio Farina
Entri in auditorium e campeggia l'immagine di un diavolo e un angioletto stilizzati su fondo bianco. Paolo Favaretto, industrial designer di successo e di grande esperienza e JoeVelluto, giovane ma navigato studio di design, comunicazione e laboratorio artistico, incarnati nelle persone di Andrea Maragno e Sonia Tasca, assisi a fianco, pronti per la mattanza. Perché, se non si fosse capito, la situazione appare (o vorrebbe apparire) un filo borderline: due designer dall'opposta forma mentis, due generazioni a confronto, due modi di intendere il mondo e la loro professione messi uno di fronte all'altro.
A condurre l'incontro l'architetto Eugenio Farina, il quale alterna immagini di prodotti sfornati da entrambe le realtà, selezionate appositamente per sollevare disquisizioni ed osservazioni sopra le quali gli ospiti dell'incontro semineranno la giusta quantità di pepe, ma con uno stile e un'ironia che si confà all'occasione. Qualche esempio: un rosario usa e getta fatto di bubblewrap, un decantatore di vino geniale, un vaso schiacciato da una pressa (un oggetto di industrial design sempre unico ed irripetibile), un seggiolino per bambini affetti da handicap, una penna stilografica calibrata alla perfezione, uno zerbino salva-porta e così via.
Un botta e risposta fatto di oggetti che plasmano l'identità e la forte personalità di coloro che li hanno ideati, creati e (alle volte) venduti. Da una parte un'idea di design tradizionale, funzionale e funzionalizzato all'industria, per le aziende, per il mercato e per la qualità della vita, una poesia rintracciabile quindi non solo nella forma e nell'affilata mentalità che l'ha sortita dal nulla, ma nel perfetto compromesso tra genialità e massificazione (Paolo Favaretto: "Il designer è solo un mestiere, niente pasticci di identità. Essere artisti è un'altra cosa"). Dall'altra parte un design fatto di provocazione, sarcasmo, disfunzione di oggetti, ricerca di senso, impatto emozionale, quindi testa ma anche pancia, e forse anche anima
(JVLT: "Non disegn for all, ma design for soul"). Una strisciante ed implicita rivalità di idee e visioni aleggia in sala. Qualche sassolino tolto dalla scarpa, qualche ripicca, però espresse con un'irriverenza da gentlemen, ma poi pace fatta. Nell'immagine alle loro spalle il diavolo e l'angioletto si tengono per mano. Poiché la guerra tra i due opposti non ha ragione d'essere. Forse perché il design è proprio un compromesso tra santità e peccato, ma quale santità e quale peccato? La libertà? Il collaborazionismo con l'industria? L'estro? Il mercato? Dove sta il bene e dove sta il male? Vale la pena ribadire che si tratta di un incontro senza vincitori né vinti. Alla fine a vincere è quella cosa che Paolo Favaretto e JoeVelluto fanno e che porta lo stesso nome. Il design.
DI ALBERTO BULLADO
REDAZIONE CON ALTRI MEZZI
Il diavolo e l'acqua santa
Paolo Favaretto vs. JoeVelluto, moderatore Eugenio Farina
Entri in auditorium e campeggia l'immagine di un diavolo e un angioletto stilizzati su fondo bianco. Paolo Favaretto, industrial designer di successo e di grande esperienza e JoeVelluto, giovane ma navigato studio di design, comunicazione e laboratorio artistico, incarnati nelle persone di Andrea Maragno e Sonia Tasca, assisi a fianco, pronti per la mattanza. Perché, se non si fosse capito, la situazione appare (o vorrebbe apparire) un filo borderline: due designer dall'opposta forma mentis, due generazioni a confronto, due modi di intendere il mondo e la loro professione messi uno di fronte all'altro.
A condurre l'incontro l'architetto Eugenio Farina, il quale alterna immagini di prodotti sfornati da entrambe le realtà, selezionate appositamente per sollevare disquisizioni ed osservazioni sopra le quali gli ospiti dell'incontro semineranno la giusta quantità di pepe, ma con uno stile e un'ironia che si confà all'occasione. Qualche esempio: un rosario usa e getta fatto di bubblewrap, un decantatore di vino geniale, un vaso schiacciato da una pressa (un oggetto di industrial design sempre unico ed irripetibile), un seggiolino per bambini affetti da handicap, una penna stilografica calibrata alla perfezione, uno zerbino salva-porta e così via.
Un botta e risposta fatto di oggetti che plasmano l'identità e la forte personalità di coloro che li hanno ideati, creati e (alle volte) venduti. Da una parte un'idea di design tradizionale, funzionale e funzionalizzato all'industria, per le aziende, per il mercato e per la qualità della vita, una poesia rintracciabile quindi non solo nella forma e nell'affilata mentalità che l'ha sortita dal nulla, ma nel perfetto compromesso tra genialità e massificazione (Paolo Favaretto: "Il designer è solo un mestiere, niente pasticci di identità. Essere artisti è un'altra cosa"). Dall'altra parte un design fatto di provocazione, sarcasmo, disfunzione di oggetti, ricerca di senso, impatto emozionale, quindi testa ma anche pancia, e forse anche anima
(JVLT: "Non disegn for all, ma design for soul"). Una strisciante ed implicita rivalità di idee e visioni aleggia in sala. Qualche sassolino tolto dalla scarpa, qualche ripicca, però espresse con un'irriverenza da gentlemen, ma poi pace fatta. Nell'immagine alle loro spalle il diavolo e l'angioletto si tengono per mano. Poiché la guerra tra i due opposti non ha ragione d'essere. Forse perché il design è proprio un compromesso tra santità e peccato, ma quale santità e quale peccato? La libertà? Il collaborazionismo con l'industria? L'estro? Il mercato? Dove sta il bene e dove sta il male? Vale la pena ribadire che si tratta di un incontro senza vincitori né vinti. Alla fine a vincere è quella cosa che Paolo Favaretto e JoeVelluto fanno e che porta lo stesso nome. Il design.
DI ALBERTO BULLADO
REDAZIONE CON ALTRI MEZZI
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The Lost Innocence
The Lost Innocence - Irene Pollini Giolai
Irene scrive per Vogue, Maxim, è inserita nel mondo della moda, del giornalismo e della ricerca creativa, e molti la ricorderanno come opinionista di Loveline, il programma di Mtv. Lei è una ragazza energica, iperattiva, tra le altre cose, come se non bastasse, pure maestra di sci, che nella vita ha fatto di tutto. Il problema è che la sola ragazza a dover condurre il workshop, inizialmente curato da altre tre ragazze che per improvvise cause lavorative non sono potute essere presenti. Davvero un peccato, anche se è altrettanto vero che Irene è riuscita a tenere il palco malgrado le difficoltà, ricreando un'atmosfera poco frontale e più intima.
Alla fine dell'incontro rimane l'esperienza di Irene, esemplare e vulcanica, oltre che appassionante: vedi le numerose persone che si sono soffermate sommergendola di domande e complimenti alla fine del workshop. Si è parlato di ricerca creativa, di luoghi comuni da sfatare, di malcostumi dei meccanismi di produzione, avvitati nei propri problemi di budget, ma anche di carenza di passione e di etica creativa. E poi ancora si è preso in considerazione il fagocitante e dispersivo mondo del web, strumento indispensabile e croce e delizia per la gente del mestiere, ma che necessita di professionalità,
oltre che di competenze tecniche e culturali (ebbene sì). Una tuttologia che così com'è non può che far storcere il naso a chi al contrario crede e scommette nella quantità dei contenuti e delle informazioni da elargire al pubblico. Forse è questo il motivo del successo di un blog come The Lost Innocence (www.thelostinnocence.com), progetto curato da Irene, una vera e propria scommessa che cerca di coniugare etica e creatività (una vera e propria sfida) e che in meno di un anno dalla nascita è riuscito a calamitare l'attenzione di circa 100.000 visite mensili. Praticamente un miracolo. Soprattutto se si considera il sentimento di condivisa saturazione di un pubblico vessato dalla superficialità di numerosi blog privi di un vero perché e dal bombardamento dei media.
Per il resto tanti consigli e testimonianze di vita, il pane per tante ragazze del pubblico che agognano di fare nella vita ciò che Irene rappresenta. Ma la ricetta per il successo nessuno ce l'ha in tasca. Eppure qualche ingrediente lo si può intuire: flessibilità, interdisciplinarietà, materia cerebrale multitasker, voglia di imparare e farsi il mazzo, umiltà e anche amore (ebbene sì) per quello che si fa. E che di conseguenza si dovrebbe amare.
DI ALBERTO BULLADO
REDAZIONE CON ALTRI MEZZI
The Lost Innocence - Irene Pollini Giolai
Irene scrive per Vogue, Maxim, è inserita nel mondo della moda, del giornalismo e della ricerca creativa, e molti la ricorderanno come opinionista di Loveline, il programma di Mtv. Lei è una ragazza energica, iperattiva, tra le altre cose, come se non bastasse, pure maestra di sci, che nella vita ha fatto di tutto. Il problema è che la sola ragazza a dover condurre il workshop, inizialmente curato da altre tre ragazze che per improvvise cause lavorative non sono potute essere presenti. Davvero un peccato, anche se è altrettanto vero che Irene è riuscita a tenere il palco malgrado le difficoltà, ricreando un'atmosfera poco frontale e più intima.
Alla fine dell'incontro rimane l'esperienza di Irene, esemplare e vulcanica, oltre che appassionante: vedi le numerose persone che si sono soffermate sommergendola di domande e complimenti alla fine del workshop. Si è parlato di ricerca creativa, di luoghi comuni da sfatare, di malcostumi dei meccanismi di produzione, avvitati nei propri problemi di budget, ma anche di carenza di passione e di etica creativa. E poi ancora si è preso in considerazione il fagocitante e dispersivo mondo del web, strumento indispensabile e croce e delizia per la gente del mestiere, ma che necessita di professionalità,
oltre che di competenze tecniche e culturali (ebbene sì). Una tuttologia che così com'è non può che far storcere il naso a chi al contrario crede e scommette nella quantità dei contenuti e delle informazioni da elargire al pubblico. Forse è questo il motivo del successo di un blog come The Lost Innocence (www.thelostinnocence.com), progetto curato da Irene, una vera e propria scommessa che cerca di coniugare etica e creatività (una vera e propria sfida) e che in meno di un anno dalla nascita è riuscito a calamitare l'attenzione di circa 100.000 visite mensili. Praticamente un miracolo. Soprattutto se si considera il sentimento di condivisa saturazione di un pubblico vessato dalla superficialità di numerosi blog privi di un vero perché e dal bombardamento dei media.
Per il resto tanti consigli e testimonianze di vita, il pane per tante ragazze del pubblico che agognano di fare nella vita ciò che Irene rappresenta. Ma la ricetta per il successo nessuno ce l'ha in tasca. Eppure qualche ingrediente lo si può intuire: flessibilità, interdisciplinarietà, materia cerebrale multitasker, voglia di imparare e farsi il mazzo, umiltà e anche amore (ebbene sì) per quello che si fa. E che di conseguenza si dovrebbe amare.
DI ALBERTO BULLADO
REDAZIONE CON ALTRI MEZZI
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1/1
A.N.G.E.L.O. Vintage - Angelo Caroli
Angelo Caroli da trent'anni cerca, sceglie, colleziona abiti vintage. Ha iniziato per caso, per amore degli oggetti e desiderio di recuperare e rimettere in circolo qualcosa di destinato all'eliminazione e all'oblio, e ha finito per raccogliere una collezione di circa 100.000 capi, attualmente visibili in quella che è probabilmente la più grande esposizione di abiti e accessori vintage d'Europa, il Vintage Palace di Lugo di Romagna. Lo scopo della collezione, però, non è semplicemente quello di custodire oggetti raccolti nel corso degli anni, ma soprattutto quello di rendere fruibili questi capi, rendere la loro intrinseca qualità e la loro bellezza nuovamente disponibili per un pubblico che negli anni, parallelamente allo sviluppo del fenomeno vintage e dell'interesse a lui dedicato, sta diventando sempre più numeroso.
Gli abiti dell'Archivio A.N.G.E.L.O. sono quindi a disposizione del pubblico, delle scuole di moda, degli stylist delle principali riviste che hanno bisogno di inserire in un loro servizio fotografico qualcosa di unico e inimitabile (Vogue, Elle, Grazia, Flair, Velvet), di costumisti e registi, di galleristi interessati ad esporre oggetti d'epoca in mostre o eventi a tema. Il filo conduttore, il vero obiettivo che muove questa raccolta e la ricerca di Angelo è quello di diffondere una cultura del vintage basata sulla possibilità concreta della sua fruizione: i capi vintage non sono e non devono diventare puri pezzi da museo, sono al contrario qualcosa che va indossato - quando possibile - o comunque toccato con mano, qualcosa che deve avere la possibilità di comunicare concretamente con le persone e che, per farlo, deve trovare un suo spazio di fruizione.
L'obiettivo è quello di creare una vera e propria cultura del vintage, diffondendo una conoscenza che consenta di discriminare e riconoscere il valore dei capi, nobilitando e valorizzando gli oggetti attraverso la conoscenza delle loro caratteristiche, delle loro rifiniture, del loro valore intrinseco che può essere davvero apprezzato solo attraverso l'esperienza concreta. Proprio a questo punta il lavoro di ricerca e di comunicazione di Angelo Caroli, volto appunto a creare una vera e propria "biblioteca della moda" che raccolga tutto ciò che di significativo è stato prodotto in un periodo di tempo che va dal 1890 al 1990 e che si proponga, quindi, come archivio informativo, come punto di partenza per lo studio e per la conoscenza di questo patrimonio sterminato che deve essere valorizzato e, perché no, utilizzato come spunto per nuove creazioni che non sono plagi ma rimeditazioni, rielaborazioni di idee e tecniche capaci di riportare in vita frammenti di passato.
Perché, come suggerisce Angelo Caroli, solo il tempo esalta le qualità dei capi e consente di discriminare davvero ciò che ha un valore da ciò che non lo ha: la bellezza degli abiti vintage emerge proprio nel tempo, ed è per questo che il loro fascino aumenta col passare degli anni, parallelamente ai tentativi di imitazione e riproduzione. Quello del Vintage, insomma, è un infinito patrimonio che va conservato, valorizzato e conosciuto, messo in condizione di interagire con il mondo contemporaneo e di trovare uno spazio di relazione con il futuro, in una chiave che non è quella della esposizione museale ma quella di una nuova, concreta fruibilità.
REDAZIONE CON ALTRI MEZZI
Angelo Caroli da trent'anni cerca, sceglie, colleziona abiti vintage. Ha iniziato per caso, per amore degli oggetti e desiderio di recuperare e rimettere in circolo qualcosa di destinato all'eliminazione e all'oblio, e ha finito per raccogliere una collezione di circa 100.000 capi, attualmente visibili in quella che è probabilmente la più grande esposizione di abiti e accessori vintage d'Europa, il Vintage Palace di Lugo di Romagna. Lo scopo della collezione, però, non è semplicemente quello di custodire oggetti raccolti nel corso degli anni, ma soprattutto quello di rendere fruibili questi capi, rendere la loro intrinseca qualità e la loro bellezza nuovamente disponibili per un pubblico che negli anni, parallelamente allo sviluppo del fenomeno vintage e dell'interesse a lui dedicato, sta diventando sempre più numeroso.
Gli abiti dell'Archivio A.N.G.E.L.O. sono quindi a disposizione del pubblico, delle scuole di moda, degli stylist delle principali riviste che hanno bisogno di inserire in un loro servizio fotografico qualcosa di unico e inimitabile (Vogue, Elle, Grazia, Flair, Velvet), di costumisti e registi, di galleristi interessati ad esporre oggetti d'epoca in mostre o eventi a tema. Il filo conduttore, il vero obiettivo che muove questa raccolta e la ricerca di Angelo è quello di diffondere una cultura del vintage basata sulla possibilità concreta della sua fruizione: i capi vintage non sono e non devono diventare puri pezzi da museo, sono al contrario qualcosa che va indossato - quando possibile - o comunque toccato con mano, qualcosa che deve avere la possibilità di comunicare concretamente con le persone e che, per farlo, deve trovare un suo spazio di fruizione.
L'obiettivo è quello di creare una vera e propria cultura del vintage, diffondendo una conoscenza che consenta di discriminare e riconoscere il valore dei capi, nobilitando e valorizzando gli oggetti attraverso la conoscenza delle loro caratteristiche, delle loro rifiniture, del loro valore intrinseco che può essere davvero apprezzato solo attraverso l'esperienza concreta. Proprio a questo punta il lavoro di ricerca e di comunicazione di Angelo Caroli, volto appunto a creare una vera e propria "biblioteca della moda" che raccolga tutto ciò che di significativo è stato prodotto in un periodo di tempo che va dal 1890 al 1990 e che si proponga, quindi, come archivio informativo, come punto di partenza per lo studio e per la conoscenza di questo patrimonio sterminato che deve essere valorizzato e, perché no, utilizzato come spunto per nuove creazioni che non sono plagi ma rimeditazioni, rielaborazioni di idee e tecniche capaci di riportare in vita frammenti di passato.
Perché, come suggerisce Angelo Caroli, solo il tempo esalta le qualità dei capi e consente di discriminare davvero ciò che ha un valore da ciò che non lo ha: la bellezza degli abiti vintage emerge proprio nel tempo, ed è per questo che il loro fascino aumenta col passare degli anni, parallelamente ai tentativi di imitazione e riproduzione. Quello del Vintage, insomma, è un infinito patrimonio che va conservato, valorizzato e conosciuto, messo in condizione di interagire con il mondo contemporaneo e di trovare uno spazio di relazione con il futuro, in una chiave che non è quella della esposizione museale ma quella di una nuova, concreta fruibilità.
REDAZIONE CON ALTRI MEZZI
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Italian Odissey
Ripercorrere cinquant'anni di storia patria (dagli anni '40 agli anni '80) attraverso il cibo, le abitudini alimentari, capire come i fenomeni di costume e di cultura passino anche dall?alimentazione, cartina di tornasole che restituisce aspetti non sempre marginali dei cambiamenti in atto nella società. Stefania Barzini - autrice per Rai-Sat Gambero Rosso Channel - presenta una carrellata, supportata da materiale video d'epoca, per provare a capire come gli italiani abbiano trovato nel cibo un modo per rinnovare le proprie abitudini, rimettendo in discussione modelli culturali e stili di vita.
Si parte dagli anni '40, anni della guerra, in cui il pane la faceva da padrone e poteva essere consumato in fretta nelle strade in tempi di bombardamenti. Gli anni '50 conoscono invece il boom della pasta: la nuova dimensione familiare cambia anche i tempi dello stare a tavola ed è proprio la pasta il nuovo genere alimentare simbolo di un tempo in cui si ricomincia a dare spazio al momento del desinare. Negli anni '60, "semplici e spensierati", l'Italia si avvia verso un processo di internazionalizzazione e i processi di migrazione, interni al paese o diretti verso l'estero, segnano la diffusione nazionale di prodotti tipici regionali (basti pensare alla polenta o alla mozzarella).
Il vero boom è quello dei cibi confezionati, nuova frontiera che riflette il mutato approccio nei confronti della cucina. Sono gli anni in cui spopola il gelato, in cui l'essere giovani diventa trend culturale, categoria distintiva. Sono, anche, gli anni che si chiudono con la contestazione del '68, movimento che segna una rottura con i modelli educativi, con la politica, con la musica, e anche con il cibo della società di allora. Gli anni '70 sono segnati dalla crisi petrolifera, dall'austerity, ma anche, parlando di cucina, da una sperimentazione nuova: vengono alla ribalta i formaggi -gorgonzola su tutti -, la panna, "strani connubi" come il risotto alle fragole. Nasce, in parallelo, l'interesse per il cibo macrobiotico o per le diete vegetariane. Gli anni '80 conoscono il fenomeno del riflusso, ma sono anche anni di ottimismo e frenesia.
La Tv commerciale impone nuovi modelli, nuove esigenze indotte, sono gli anni dei paninari e dei fast food da un lato, del Mulino Bianco e dei sughi della nonna dall'altro: la gente capisce che qualcosa non va nel modo di alimentarsi e caldeggia un ritorno a cibi sani e nutrienti. Poi su, verso gli anni '90, verso un ritorno (mai completo) ad una corretta alimentazione, verso le paure di fine secolo.È un percorso di storia culturale quello proposto dall'autrice di A tavola con gli Dei e L'ingrediente perduto, uno studio sui cambiamenti dei fenomeni di costume che cerca di leggere le abitudini passate e da lì partire per interrogarsi sugli usi di adesso.
Non serve tornare indietro, dice la Barzini, bisognerebbe piuttosto integrare le abitudini passate mettendole a confronto e facendole interagire con i nuovi e diversi modi di mangiare, in continuo cambiamento ai giorni nostri. Facendo attenzione agli sprechi, a quelle 15.000 tonnellate di cibo che ogni giorno, in Italia, conoscono la via della pattumiera.
DI ISACCO TOGNONREDAZIONE CON ALTRI MEZZI
Ripercorrere cinquant'anni di storia patria (dagli anni '40 agli anni '80) attraverso il cibo, le abitudini alimentari, capire come i fenomeni di costume e di cultura passino anche dall?alimentazione, cartina di tornasole che restituisce aspetti non sempre marginali dei cambiamenti in atto nella società. Stefania Barzini - autrice per Rai-Sat Gambero Rosso Channel - presenta una carrellata, supportata da materiale video d'epoca, per provare a capire come gli italiani abbiano trovato nel cibo un modo per rinnovare le proprie abitudini, rimettendo in discussione modelli culturali e stili di vita.
Si parte dagli anni '40, anni della guerra, in cui il pane la faceva da padrone e poteva essere consumato in fretta nelle strade in tempi di bombardamenti. Gli anni '50 conoscono invece il boom della pasta: la nuova dimensione familiare cambia anche i tempi dello stare a tavola ed è proprio la pasta il nuovo genere alimentare simbolo di un tempo in cui si ricomincia a dare spazio al momento del desinare. Negli anni '60, "semplici e spensierati", l'Italia si avvia verso un processo di internazionalizzazione e i processi di migrazione, interni al paese o diretti verso l'estero, segnano la diffusione nazionale di prodotti tipici regionali (basti pensare alla polenta o alla mozzarella).
Il vero boom è quello dei cibi confezionati, nuova frontiera che riflette il mutato approccio nei confronti della cucina. Sono gli anni in cui spopola il gelato, in cui l'essere giovani diventa trend culturale, categoria distintiva. Sono, anche, gli anni che si chiudono con la contestazione del '68, movimento che segna una rottura con i modelli educativi, con la politica, con la musica, e anche con il cibo della società di allora. Gli anni '70 sono segnati dalla crisi petrolifera, dall'austerity, ma anche, parlando di cucina, da una sperimentazione nuova: vengono alla ribalta i formaggi -gorgonzola su tutti -, la panna, "strani connubi" come il risotto alle fragole. Nasce, in parallelo, l'interesse per il cibo macrobiotico o per le diete vegetariane. Gli anni '80 conoscono il fenomeno del riflusso, ma sono anche anni di ottimismo e frenesia.
La Tv commerciale impone nuovi modelli, nuove esigenze indotte, sono gli anni dei paninari e dei fast food da un lato, del Mulino Bianco e dei sughi della nonna dall'altro: la gente capisce che qualcosa non va nel modo di alimentarsi e caldeggia un ritorno a cibi sani e nutrienti. Poi su, verso gli anni '90, verso un ritorno (mai completo) ad una corretta alimentazione, verso le paure di fine secolo.È un percorso di storia culturale quello proposto dall'autrice di A tavola con gli Dei e L'ingrediente perduto, uno studio sui cambiamenti dei fenomeni di costume che cerca di leggere le abitudini passate e da lì partire per interrogarsi sugli usi di adesso.
Non serve tornare indietro, dice la Barzini, bisognerebbe piuttosto integrare le abitudini passate mettendole a confronto e facendole interagire con i nuovi e diversi modi di mangiare, in continuo cambiamento ai giorni nostri. Facendo attenzione agli sprechi, a quelle 15.000 tonnellate di cibo che ogni giorno, in Italia, conoscono la via della pattumiera.
DI ISACCO TOGNONREDAZIONE CON ALTRI MEZZI
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Day Two al Festival: appunti sparsi...
Secondo giorno di danze, al Padova Vintage Festival. In agorà si balla dal mattino, mentre per i workshop si scende in pista verso le 16.00, come da programma. Proprio a quell'ora la sala Pane e Vino pullula di giovani (ragazze): Nico Baggio sta per dispensare alcuni preziosi - si, piccole informazioni possono trasformarsi in grandi rivelazioni - consigli d'immagine, aiutato da alcuni grandi fogli bianchi, un pennarello, dei trucchi e, soprattutto dalla sua instancabile verve e niente niente c'azzecca pure sulla motivazione che ha spinto il pubblico ad esser lì, ossia "vediamo se imparo qualcosa per riuscire a truccarmi meglio".
Detto fatto, Nico accontenta i suoi curiosi ospiti (per la cronaca, sul viso il chiaro allarga, lo scuro rimpicciolisce) dispensando pillole di saggezza/salvezza carpite con prontezza e risponde alle numerose domande, a detta sua alcune veramente buone (di nuovo per la cronaca, ricordate che son le sopracciglia che danno carattere al volto). Per truccarsi serve testa, in tutti i sensi: non basta copiare quel che si vede in riviste e pubblicità, ma servono ricerca e studio, perché mica a tutti può star bene tutto.
E anche per il vintage applicato al trucco, secondo Nico, funziona un po' così: certe buone idee, certi elementi basilari, van si ripresi e ripescati dai propri decenni culto, ma con attenzione e interpretazione, per non rischiare di diventare noi stessi un qualcosa di démodé - ossia ridicolo - in circolazione. Un paio d'ore dopo, giù in Auditorium, arrivano altri preziosi consigli di stile da una relatrice che di mise veramente poco azzeccate ne ha viste veramente troppe: Carla Gozzi
(presenti anche le ragazze della sua Academy), l'unica alla quale concederemmo di rivolgersi a noi con un sincero e utile "Ma come ti vesti"!?. Lei sa i trucchi per riconoscere Kelly, Birkin, Speedy, 2.55 originali dalle imitazioni - uomini, di borse stiam parlando - ci rinfresca quali saranno per la stagione in arrivo i must visti nelle sfilate Autunno/Inverno - e ci ricorda che i tre migliori amici di una donna sono la sarta, la lavanderia e il gommista - uomini, o cucite, o lavate o lavorate in un'autofficina.
Carla ci rincuora: "Il vintage? E' semplicemente immortale!". Il fatto che sia stato organizzato un festival vintage qui a Padova? "Geniale! Per Padova ci voleva una manifestazione così!".
Ma le conversazioni vintage, qui al San Gaetano, spaziano, e molto. I designer Joe Velluto (un duo) e Paolo Favaretto si confrontano in una discussione a colpi di idee e progetti realizzati. Età diverse implicano anche concezione diverse di agire, modi differenti di fare: da un lato un rosario usa e getta fatto di pluriball, dall'altro un decanter progettato tenendo conto delle possibili disabilità che possono incorrere in tutte le età della vita dell'uomo.
Poi capita che chi è da quarant'anni che disegna con matita e stilografica scopra con piacere le possibilità tecnologiche rappresentate dall'ipad e che chi invece è nato e cresciuto a pane e computer scopra di recente le matite colorate- Paolo riprende poi a parlarci di uno dei prodotti che ha realizzato nella sua lunga carriera - una lampada - che lo appassiona talmente tanto che "Io quasi quasi ve la realizzo". E così fa. Prende un pezzo di carta, lo piega e nel giro di qualche passaggio, piegamento, ritaglio e punto di pinzatrice ripercorre il processo creativo che lo aveva portato, all'epoca, a realizzare da un semplice gioco un'idea che è poi stata prodotta.
E gli applausi continuano quando anche Andrea di Joe Velluto usa un foglio di carta e riproduce il suo tappeto ferma porta. Alla domanda "oggetto vintage o futuristico?", Paolo risponde che va bene l'oggetto futuristico, conoscendo però quello vintage. Volete un esempio? Bisogna sapere com'è fatta la ruota se si vuol creare l'automobile: sapere che è tonda, che si buca, che ne serviranno quattro. Mica si può sempre reinventarla, 'sta ruota. Salutandoci e ringraziandolo, Paolo si complimenta con il Padova Vintage Festival per l'operazione ben riuscita e per l'interesse che l'evento sta suscitando.
Grazie a te, Paolo! Risaliamo dall'Auditorium e lasciamo spazio alla proiezione dei corti dell'archivio Mecal, appuntamento serale del programma del Vintage.
Ed è già finito il secondo giorno.
STEFANIA CAVALLETTO
REDAZIONE VINTAGE FESTIVAL
Secondo giorno di danze, al Padova Vintage Festival. In agorà si balla dal mattino, mentre per i workshop si scende in pista verso le 16.00, come da programma. Proprio a quell'ora la sala Pane e Vino pullula di giovani (ragazze): Nico Baggio sta per dispensare alcuni preziosi - si, piccole informazioni possono trasformarsi in grandi rivelazioni - consigli d'immagine, aiutato da alcuni grandi fogli bianchi, un pennarello, dei trucchi e, soprattutto dalla sua instancabile verve e niente niente c'azzecca pure sulla motivazione che ha spinto il pubblico ad esser lì, ossia "vediamo se imparo qualcosa per riuscire a truccarmi meglio".
Detto fatto, Nico accontenta i suoi curiosi ospiti (per la cronaca, sul viso il chiaro allarga, lo scuro rimpicciolisce) dispensando pillole di saggezza/salvezza carpite con prontezza e risponde alle numerose domande, a detta sua alcune veramente buone (di nuovo per la cronaca, ricordate che son le sopracciglia che danno carattere al volto). Per truccarsi serve testa, in tutti i sensi: non basta copiare quel che si vede in riviste e pubblicità, ma servono ricerca e studio, perché mica a tutti può star bene tutto.
E anche per il vintage applicato al trucco, secondo Nico, funziona un po' così: certe buone idee, certi elementi basilari, van si ripresi e ripescati dai propri decenni culto, ma con attenzione e interpretazione, per non rischiare di diventare noi stessi un qualcosa di démodé - ossia ridicolo - in circolazione. Un paio d'ore dopo, giù in Auditorium, arrivano altri preziosi consigli di stile da una relatrice che di mise veramente poco azzeccate ne ha viste veramente troppe: Carla Gozzi
(presenti anche le ragazze della sua Academy), l'unica alla quale concederemmo di rivolgersi a noi con un sincero e utile "Ma come ti vesti"!?. Lei sa i trucchi per riconoscere Kelly, Birkin, Speedy, 2.55 originali dalle imitazioni - uomini, di borse stiam parlando - ci rinfresca quali saranno per la stagione in arrivo i must visti nelle sfilate Autunno/Inverno - e ci ricorda che i tre migliori amici di una donna sono la sarta, la lavanderia e il gommista - uomini, o cucite, o lavate o lavorate in un'autofficina.
Carla ci rincuora: "Il vintage? E' semplicemente immortale!". Il fatto che sia stato organizzato un festival vintage qui a Padova? "Geniale! Per Padova ci voleva una manifestazione così!".
Ma le conversazioni vintage, qui al San Gaetano, spaziano, e molto. I designer Joe Velluto (un duo) e Paolo Favaretto si confrontano in una discussione a colpi di idee e progetti realizzati. Età diverse implicano anche concezione diverse di agire, modi differenti di fare: da un lato un rosario usa e getta fatto di pluriball, dall'altro un decanter progettato tenendo conto delle possibili disabilità che possono incorrere in tutte le età della vita dell'uomo.
Poi capita che chi è da quarant'anni che disegna con matita e stilografica scopra con piacere le possibilità tecnologiche rappresentate dall'ipad e che chi invece è nato e cresciuto a pane e computer scopra di recente le matite colorate- Paolo riprende poi a parlarci di uno dei prodotti che ha realizzato nella sua lunga carriera - una lampada - che lo appassiona talmente tanto che "Io quasi quasi ve la realizzo". E così fa. Prende un pezzo di carta, lo piega e nel giro di qualche passaggio, piegamento, ritaglio e punto di pinzatrice ripercorre il processo creativo che lo aveva portato, all'epoca, a realizzare da un semplice gioco un'idea che è poi stata prodotta.
E gli applausi continuano quando anche Andrea di Joe Velluto usa un foglio di carta e riproduce il suo tappeto ferma porta. Alla domanda "oggetto vintage o futuristico?", Paolo risponde che va bene l'oggetto futuristico, conoscendo però quello vintage. Volete un esempio? Bisogna sapere com'è fatta la ruota se si vuol creare l'automobile: sapere che è tonda, che si buca, che ne serviranno quattro. Mica si può sempre reinventarla, 'sta ruota. Salutandoci e ringraziandolo, Paolo si complimenta con il Padova Vintage Festival per l'operazione ben riuscita e per l'interesse che l'evento sta suscitando.
Grazie a te, Paolo! Risaliamo dall'Auditorium e lasciamo spazio alla proiezione dei corti dell'archivio Mecal, appuntamento serale del programma del Vintage.
Ed è già finito il secondo giorno.
STEFANIA CAVALLETTO
REDAZIONE VINTAGE FESTIVAL
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Alessio Bertallot: in viaggio nella crossmedialità..
RaiTunes: un ponte tra radio tradizionale -oggetto e mezzo di comunicazione destinato a diventare vintage - e una nuova idea di radio che sappia rinnovarsi, rinascere, ma soprattutto dialogare con la tecnologia del nuovo secolo. Questo è il programma di Alessio Bertallot, in onda su RadioDue da lunedì a venerdì (22.30 -00.00). L'idea di partenza è la ricerca di un nuovo modo di essere al contempo conduttore e dj in radio, ricerca che passi al vaglio le nuove lande sconfinate dei social network e dei siti di video sharing fino alla produzione di un programma che sappia interagire con il mondo del web, modificandolo e al contempo facendosi modificare.
E' questa la sfida che Bertallot lancia alla radio: non tanto il puntare sulla multimedialità, che consiste nel parlare due linguaggi contemporaneamente, quanto far perno sulla crossmedialità, intesa come il dialogo fra sistemi che si integrano e si completano a vicenda. Ecco che la diretta radiofonica apre le porte a internet: Bertallot chiede agli ascoltatori di pubblicare sulla sua pagina Facebook i link musicali che preferiscono (link che provengono per la maggior parte da YouTube), dando così la possibilità al pubblico di essere parte attiva nella scelta della playlist del programma e di creare una comunità musicale virtuale che inizi a condividere tendenze e gusti.
Queste e altre sono le idee del conduttore per sfruttare la crossmedialità tra internet e radio: dall'accompagnamento video per le playlist con viaggi virtuali su Google Earth agli ospiti letteralmente "chiamati" in trasmissione via Skype. Un giorno, forse, sarà possibile che un programma radiofonico venga gestito interamente via web, senza alcun dj in studio. Ancora, grazie alla rete, potremo forse ascoltare una band suonare in live via radio senza che i componenti del gruppo si trovino nello stesso luogo fisico. Alessio Bertallot ha le idee chiare in merito e non ha paura di esporsi: se questo sarà possibile, vuole essere il primo a riuscirci.
Nuove sfide alla radio e al web, quindi, nuovi modi per far dialogare strumenti che racchiudono in sé la potenzialità di trovare nuovi modi di condivisione, aumentando esponenzialmente l'opportunità di condividere una passione quale la musica. Tutto questo provando a cambiare la staticità che appesantisce il nostro paese, la stessa staticità che riflette la paura dei produttori di intraprendere nuove strade, di valorizzare idee innovative perché bollate come "rischiose". In Italia, chiude Bertallot, non mancano le buone idee, manca piuttosto il coraggio di farle diventare realtà.
Ma il dj di RaiTunes sembra andare a nozze con questo tipo di sfide. E chissà se il suo modo di intendere la radio segnerà una svolta, se saprà far leva sulle frequenze degli ascoltatori proponendo loro questa affascinante sfida crossmediale.
di Isacco Tognon
REDAZIONE CON ALTRI MEZZI
RaiTunes: un ponte tra radio tradizionale -oggetto e mezzo di comunicazione destinato a diventare vintage - e una nuova idea di radio che sappia rinnovarsi, rinascere, ma soprattutto dialogare con la tecnologia del nuovo secolo. Questo è il programma di Alessio Bertallot, in onda su RadioDue da lunedì a venerdì (22.30 -00.00). L'idea di partenza è la ricerca di un nuovo modo di essere al contempo conduttore e dj in radio, ricerca che passi al vaglio le nuove lande sconfinate dei social network e dei siti di video sharing fino alla produzione di un programma che sappia interagire con il mondo del web, modificandolo e al contempo facendosi modificare.
E' questa la sfida che Bertallot lancia alla radio: non tanto il puntare sulla multimedialità, che consiste nel parlare due linguaggi contemporaneamente, quanto far perno sulla crossmedialità, intesa come il dialogo fra sistemi che si integrano e si completano a vicenda. Ecco che la diretta radiofonica apre le porte a internet: Bertallot chiede agli ascoltatori di pubblicare sulla sua pagina Facebook i link musicali che preferiscono (link che provengono per la maggior parte da YouTube), dando così la possibilità al pubblico di essere parte attiva nella scelta della playlist del programma e di creare una comunità musicale virtuale che inizi a condividere tendenze e gusti.
Queste e altre sono le idee del conduttore per sfruttare la crossmedialità tra internet e radio: dall'accompagnamento video per le playlist con viaggi virtuali su Google Earth agli ospiti letteralmente "chiamati" in trasmissione via Skype. Un giorno, forse, sarà possibile che un programma radiofonico venga gestito interamente via web, senza alcun dj in studio. Ancora, grazie alla rete, potremo forse ascoltare una band suonare in live via radio senza che i componenti del gruppo si trovino nello stesso luogo fisico. Alessio Bertallot ha le idee chiare in merito e non ha paura di esporsi: se questo sarà possibile, vuole essere il primo a riuscirci.
Nuove sfide alla radio e al web, quindi, nuovi modi per far dialogare strumenti che racchiudono in sé la potenzialità di trovare nuovi modi di condivisione, aumentando esponenzialmente l'opportunità di condividere una passione quale la musica. Tutto questo provando a cambiare la staticità che appesantisce il nostro paese, la stessa staticità che riflette la paura dei produttori di intraprendere nuove strade, di valorizzare idee innovative perché bollate come "rischiose". In Italia, chiude Bertallot, non mancano le buone idee, manca piuttosto il coraggio di farle diventare realtà.
Ma il dj di RaiTunes sembra andare a nozze con questo tipo di sfide. E chissà se il suo modo di intendere la radio segnerà una svolta, se saprà far leva sulle frequenze degli ascoltatori proponendo loro questa affascinante sfida crossmediale.
di Isacco Tognon
REDAZIONE CON ALTRI MEZZI



