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Shoot, share, get noticed
Shot, share, get noticed
Matt&Harry (Enrico Caputo e Mattia Balsamini)
C'è da scegliere un soggetto. Immaginare un ambiente. Riempirlo di personaggi, e a ognuno far compiere un gesto. Scatti in serie, l'obiettivo è rendere questo set unico. Non importa cosa stiamo fotografando: il tavolo della cena è un soggetto perfetto tanto quanto un surfista messicano trapiantato in California. Immagina di dover ideare un concept work: da dove iniziare Matt&Harry un'idea ce l'hanno, basta partire da una semplice domanda che preceda ogni scatto e mettersi all'opera seguendo una prima risposta. "Come lo farebbero gli altri? Bene, noi lo facciamo in un altro modo".
Gli scatti dei due fotografi - che collaborano da circa un anno e mezzo - puntano a trovare sempre qualcosa che superi i confini della foto stessa: quello che rimane nella memoria di chi guarda non è il soggetto in sé, ma quello che il fotografo è in grado di aggiungerci, quello che vuole suggerire attraverso l'immagine. Fondamentale è la continua ricerca di un proprio stile, un tratto distintivo che renda ogni scatto identificabile, e, perché no, appetibile per un potenziale committente.
Da queste premesse muove il workshop ideato dai due giovani fotografi. L'idea proposta è questa: immaginate di dover raccontare una cena, di fare in modo che le mani di sei persone sedute attorno a un tavolo raccontino una storia che si sveli uno scatto dopo l'altro
Sappiamo cosa vogliamo ottenere: immagini che descrivano senza scivolare nel didascalico, un set elegante ma non lussuoso, un'atmosfera misteriosa ma non tetra, ironica ma non comica. Questo è il concept, da qui al risultato finale ci sono un set da allestire, attori da coordinare, oggetti e luci da disporre.
E così, uno scatto dopo l'altro, il progetto prende forma, i disegni preparatori - acquerelli su carta, immagini proiettate in computer grafica - si trasformano via via in azioni compiute e catturate dalla macchina. In pochi metri quadri, servendosi solo di oggetti comuni e facilmente reperibili è possibile dare vita a una serie di scatti personali, capaci di raccontare una storia semplice ma perfettamente compiuta.
di Isacco Tognon e Giulia CupaniREDAZIONE CON ALTRI MEZZI
Shot, share, get noticed
Matt&Harry (Enrico Caputo e Mattia Balsamini)
C'è da scegliere un soggetto. Immaginare un ambiente. Riempirlo di personaggi, e a ognuno far compiere un gesto. Scatti in serie, l'obiettivo è rendere questo set unico. Non importa cosa stiamo fotografando: il tavolo della cena è un soggetto perfetto tanto quanto un surfista messicano trapiantato in California. Immagina di dover ideare un concept work: da dove iniziare Matt&Harry un'idea ce l'hanno, basta partire da una semplice domanda che preceda ogni scatto e mettersi all'opera seguendo una prima risposta. "Come lo farebbero gli altri? Bene, noi lo facciamo in un altro modo".
Gli scatti dei due fotografi - che collaborano da circa un anno e mezzo - puntano a trovare sempre qualcosa che superi i confini della foto stessa: quello che rimane nella memoria di chi guarda non è il soggetto in sé, ma quello che il fotografo è in grado di aggiungerci, quello che vuole suggerire attraverso l'immagine. Fondamentale è la continua ricerca di un proprio stile, un tratto distintivo che renda ogni scatto identificabile, e, perché no, appetibile per un potenziale committente.
Da queste premesse muove il workshop ideato dai due giovani fotografi. L'idea proposta è questa: immaginate di dover raccontare una cena, di fare in modo che le mani di sei persone sedute attorno a un tavolo raccontino una storia che si sveli uno scatto dopo l'altro
Sappiamo cosa vogliamo ottenere: immagini che descrivano senza scivolare nel didascalico, un set elegante ma non lussuoso, un'atmosfera misteriosa ma non tetra, ironica ma non comica. Questo è il concept, da qui al risultato finale ci sono un set da allestire, attori da coordinare, oggetti e luci da disporre.
E così, uno scatto dopo l'altro, il progetto prende forma, i disegni preparatori - acquerelli su carta, immagini proiettate in computer grafica - si trasformano via via in azioni compiute e catturate dalla macchina. In pochi metri quadri, servendosi solo di oggetti comuni e facilmente reperibili è possibile dare vita a una serie di scatti personali, capaci di raccontare una storia semplice ma perfettamente compiuta.
di Isacco Tognon e Giulia CupaniREDAZIONE CON ALTRI MEZZI
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Day One al Festival: appunti sparsi...
Venerdì 9 settembre, primo giorno di Vintage targato Padova, ore 16.00, porte da poco aperte, uno spassionato e curioso giro tra gli stand dell'agorà per sondare umori e prime impressioni di coloro che sicuramente saranno presenti tutti e tre i giorni del Festival, piovesse, nevicasse, accadesse l'impensabile. Gli espositori.
Andrea di Camden Town è uno di quelli che con il Padova Vintage Festival ha voluto fare il bis, soddisfatto dell'esperienza dello scorso anno. Mostra con orgoglio alcuni occhiali e un paio di borse, ed è proprio lì, a parer suo, che sta l'essenza del vintage: nel gustarsi certi accorgimenti, il confezionamento del prodotto, il lavoro altrui che crea qualcosa di artistico. Insomma, non chiamateli semplici "oggetti". Bella la gente che gira, bello che i giovani si interessino al vintage, bello soprattutto il fatto che dimostrino curiosità nei confronti di ciò che vedono, chiedendo spiegazioni sui prodotti e informazioni sui materiali, andando al di là del semplice "Carino, questo". Ma il ventaglio di target è ampio, le fasce d'età che si vedono aggirarsi in questa piazza interna del San Gaetano sono diverse, compresa quella delle signore dall'età che-non-si-può dire-ma-diciamo-over-anta, che oltre ad avere una certa età -appunto - hanno anche un certo gusto. La più grande soddisfazione per Alessia di Alessia Zoppas è proprio quella di dare uno dei suoi bambini - sempre di abiti vintage stiam parlando - alla persona giusta, quella che apprezza il pezzo e sa capirne l'importanza (compresa quella economica).
C'è anche chi quest'anno è approdato qui al Vintage Festival perché convinto dai commenti positivi del propri colleghi (grazie colleghi!): dallo stand di Deuda si alzano aspettative favorevoli e buone impressioni nei confronti dell'atmosfera del Festival e la convinzione che vintage sia non omologazione. E si, gli occhi ci dicono con piacere che di diversità qui al Padova Vintage Festival ce n'è eccome! C'è anche chi, con il proprio stand, si differenzia sicuramente da tutti gli altri: è quello di chi è qui non per vender oggetti o prodotti che si possono toccare e provare, ma per offrire nient'altro che la propria immagine, il proprio buon nome. Il Presidente Chiara Azzena Girello e Chiara Pegge gestiscono lo spazio di Team for Children, associazione onlus legata al reparto di oncoematologia pediatrica che qui a Padova aiuta in molti modi bambini e famiglie in difficoltà. Sono presenti in questa tre giorni del Vintage per via del contesto prestigioso, per l'afflusso di pubblico e perchè se bella è la vetrina, altrettanto lo è l'interpretazione del tema: si guarda al passato per guardare meglio al futuro, ricordandosi che il futuro è fatto dai giovani! Oltre al punto informativo, Team for Children porta al Vintage anche i propri testimonial, personaggi che con un'immagine conosciuta e riconosciuta tentano di portare il più in là possibile il nome dell'associazione (per domenica, ad esempio, è prevista la presenza di Raffaello Balzo).
Ma, signori, al Vintage c'è anche molto altro. Si sono ormai fatte le 19.00 e qualche scalino più in alto, al primo piano, si incontra Bruno Lorini, curatore di ?Un due tre stella!?, mostra che attraverso opere e performance di sei artisti rivisita in chiave contemporanea il periodo del terrorismo degli anni settanta qui a Padova. Bruno esprime a parole la sensazione di stranezza che ha colto nelle facce dei visitatori, di quelli magari un po' distratti dal suggestivo sguardo sull'agorà, che non si son soffermati a leggere la presentazione sul pannello all'entrata dello spazio espositivo e che non si aspettano certo di trovare una mostra d'arte (tradotto in linguaggio corrente: "Che è 'sta roba?"). In questa zona passano molti giovani, che è più facile pensare sia il tipo di pubblico attratto dalle arti visive, in particolare dall'installazione video presente nella saletta laterale che permette a chi all'epoca per ovvie ragioni anagrafiche non c'era, di scoprire una Padova diversa, la Padova di quegli anni.
Si scende, questa volta facendo qualche scalino in più rispetto a prima, perché in Auditorium sta per iniziare uno dei tanti e succosi workshop perché "anche questo c'è al Vintage, yes", tenuti da personalità di spicco nel mondo dell'arte, della moda, del design, della musica. L'orologio segna le 20.00 e diamo il benvenuto al fantastico "commento a posteriori" narratore che parlerà di un decennio, gli anni ottanta, letto secondo una particolare chiave di lettura : il sesso. Certo, non che sia mai cambiato l'oggetto del sesso, ma il contesto generale, quello si. Daniele Ongaro, nativo nostrano ma lontano da Padova da molti anni, è pur lui presente a quella che ha piacevolmente definito un'iniziativa poco provinciale, che aspira ad avere un taglio internazionale. That's Padova Vintage Festival, yes. Per Daniele "vintage" è un periodo del passato nel quale si han dei ricordi:
non è il decennio appena trascorso, ma almeno il decennio precedente a questo, che proprio in virtù del tempo scorso è possibile rileggere e rivalutare in maniera critica. In un'ora Daniele racconta e ricorda cosa accade al sesso negli anni ottanta: beh, sono gli anni in cui nei giochi a premi televisivi le concorrenti si spogliano, gli anni in cui le tv private iniziano a trasmettere i porno, gli anni dell'edonismo, gli anni in cui gli italiani esprimono tramite il voto il proprio parere su divorzio e aborto, gli anni in cui l'idolo femminile è il tonico palestrato in stile Stallone/Rambo e quello maschile sono le abbondanti Serena Grandi e Sabrina Salerno, gli anni de "L'uomo che non deve chiedere mai", ma anche gli anni in cui fa la propria comparsa l'AIDS.
Ed è solo la prima giornata.
Stefania CavallettoREDAZIONE VINTAGE FESTIVAL
Venerdì 9 settembre, primo giorno di Vintage targato Padova, ore 16.00, porte da poco aperte, uno spassionato e curioso giro tra gli stand dell'agorà per sondare umori e prime impressioni di coloro che sicuramente saranno presenti tutti e tre i giorni del Festival, piovesse, nevicasse, accadesse l'impensabile. Gli espositori.
Andrea di Camden Town è uno di quelli che con il Padova Vintage Festival ha voluto fare il bis, soddisfatto dell'esperienza dello scorso anno. Mostra con orgoglio alcuni occhiali e un paio di borse, ed è proprio lì, a parer suo, che sta l'essenza del vintage: nel gustarsi certi accorgimenti, il confezionamento del prodotto, il lavoro altrui che crea qualcosa di artistico. Insomma, non chiamateli semplici "oggetti". Bella la gente che gira, bello che i giovani si interessino al vintage, bello soprattutto il fatto che dimostrino curiosità nei confronti di ciò che vedono, chiedendo spiegazioni sui prodotti e informazioni sui materiali, andando al di là del semplice "Carino, questo". Ma il ventaglio di target è ampio, le fasce d'età che si vedono aggirarsi in questa piazza interna del San Gaetano sono diverse, compresa quella delle signore dall'età che-non-si-può dire-ma-diciamo-over-anta, che oltre ad avere una certa età -appunto - hanno anche un certo gusto. La più grande soddisfazione per Alessia di Alessia Zoppas è proprio quella di dare uno dei suoi bambini - sempre di abiti vintage stiam parlando - alla persona giusta, quella che apprezza il pezzo e sa capirne l'importanza (compresa quella economica).
C'è anche chi quest'anno è approdato qui al Vintage Festival perché convinto dai commenti positivi del propri colleghi (grazie colleghi!): dallo stand di Deuda si alzano aspettative favorevoli e buone impressioni nei confronti dell'atmosfera del Festival e la convinzione che vintage sia non omologazione. E si, gli occhi ci dicono con piacere che di diversità qui al Padova Vintage Festival ce n'è eccome! C'è anche chi, con il proprio stand, si differenzia sicuramente da tutti gli altri: è quello di chi è qui non per vender oggetti o prodotti che si possono toccare e provare, ma per offrire nient'altro che la propria immagine, il proprio buon nome. Il Presidente Chiara Azzena Girello e Chiara Pegge gestiscono lo spazio di Team for Children, associazione onlus legata al reparto di oncoematologia pediatrica che qui a Padova aiuta in molti modi bambini e famiglie in difficoltà. Sono presenti in questa tre giorni del Vintage per via del contesto prestigioso, per l'afflusso di pubblico e perchè se bella è la vetrina, altrettanto lo è l'interpretazione del tema: si guarda al passato per guardare meglio al futuro, ricordandosi che il futuro è fatto dai giovani! Oltre al punto informativo, Team for Children porta al Vintage anche i propri testimonial, personaggi che con un'immagine conosciuta e riconosciuta tentano di portare il più in là possibile il nome dell'associazione (per domenica, ad esempio, è prevista la presenza di Raffaello Balzo).
Ma, signori, al Vintage c'è anche molto altro. Si sono ormai fatte le 19.00 e qualche scalino più in alto, al primo piano, si incontra Bruno Lorini, curatore di ?Un due tre stella!?, mostra che attraverso opere e performance di sei artisti rivisita in chiave contemporanea il periodo del terrorismo degli anni settanta qui a Padova. Bruno esprime a parole la sensazione di stranezza che ha colto nelle facce dei visitatori, di quelli magari un po' distratti dal suggestivo sguardo sull'agorà, che non si son soffermati a leggere la presentazione sul pannello all'entrata dello spazio espositivo e che non si aspettano certo di trovare una mostra d'arte (tradotto in linguaggio corrente: "Che è 'sta roba?"). In questa zona passano molti giovani, che è più facile pensare sia il tipo di pubblico attratto dalle arti visive, in particolare dall'installazione video presente nella saletta laterale che permette a chi all'epoca per ovvie ragioni anagrafiche non c'era, di scoprire una Padova diversa, la Padova di quegli anni.
Si scende, questa volta facendo qualche scalino in più rispetto a prima, perché in Auditorium sta per iniziare uno dei tanti e succosi workshop perché "anche questo c'è al Vintage, yes", tenuti da personalità di spicco nel mondo dell'arte, della moda, del design, della musica. L'orologio segna le 20.00 e diamo il benvenuto al fantastico "commento a posteriori" narratore che parlerà di un decennio, gli anni ottanta, letto secondo una particolare chiave di lettura : il sesso. Certo, non che sia mai cambiato l'oggetto del sesso, ma il contesto generale, quello si. Daniele Ongaro, nativo nostrano ma lontano da Padova da molti anni, è pur lui presente a quella che ha piacevolmente definito un'iniziativa poco provinciale, che aspira ad avere un taglio internazionale. That's Padova Vintage Festival, yes. Per Daniele "vintage" è un periodo del passato nel quale si han dei ricordi:
non è il decennio appena trascorso, ma almeno il decennio precedente a questo, che proprio in virtù del tempo scorso è possibile rileggere e rivalutare in maniera critica. In un'ora Daniele racconta e ricorda cosa accade al sesso negli anni ottanta: beh, sono gli anni in cui nei giochi a premi televisivi le concorrenti si spogliano, gli anni in cui le tv private iniziano a trasmettere i porno, gli anni dell'edonismo, gli anni in cui gli italiani esprimono tramite il voto il proprio parere su divorzio e aborto, gli anni in cui l'idolo femminile è il tonico palestrato in stile Stallone/Rambo e quello maschile sono le abbondanti Serena Grandi e Sabrina Salerno, gli anni de "L'uomo che non deve chiedere mai", ma anche gli anni in cui fa la propria comparsa l'AIDS.
Ed è solo la prima giornata.
Stefania CavallettoREDAZIONE VINTAGE FESTIVAL
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Intervista a Isabel Wolff
Intervista di Emanuele Caon e Giulia Cupani
REDAZIONE CON ALTRI MEZZI
Per prima cosa volevamo chiederle se il vintage è stato il punto di partenza per la scrittura del suo romanzo oppure se la sua storia è nata da un'altra idea, da uno spunto diverso, che ha trovato nel vintage una nuova chiave di lettura...
Personalmente sono sempre stata interessata agli oggetti vintage, soprattutto perché ho sempre visto in loro la possibilità di essere il tramite per raccontare delle storie davvero molto buone a proposito delle persone che li hanno posseduti. Il punto centrale che mi preme sottolineare è che quando si compra un capo vintage non si acquista un semplice oggetto, ma si accetta di farsi carico della storia di coloro che l?hanno posseduto e indossato prima di noi. Questa è la prospettiva sul vintage che mi ha sempre affascinato e che ho cercato di trasporre nel mio romanzo, che infatti contiene molti passaggi tristi: c'è anche dello humor, certo, ma principalmente molta tristezza, che nasce dalla descrizione della vita dei miei personaggi, dei loro drammi e delle loro difficoltà. In questo senso il tema del vintage assume un nuovo valore, una nuova pregnanza. Questo era quello che mi interessava mettere in luce, e il vintage in questo senso è una chiave di lettura imprescindibile, il mezzo perfetto per raccontare storie.
Secondo lei i giovani si avvicinano al vintage per ragioni puramente estetiche o all'origine di questa scelta c'è un fenomeno culturale più ampio?
Quello del vintage è senz'altro un fenomeno culturale che sta conoscendo una crescita enorme in questi ultimi anni. Credo che alcune persone, specialmente i ragazzi molto giovani, comprino oggetti vintage principalmente perché sono trendy, perché sono chic, e in effetti hanno ragione, perché questi oggetti lo sono davvero. Ma io credo che le persone più adulte, invece, si avvicinino agli oggetti vintage soprattutto perché sono in grado di percepire e apprezzare molto più dei giovani che dietro quegli oggetti c'è qualcosa di più: un background insostituibile, un'altra dimensione, una storia segreta che probabilmente non conosceranno mai ma che possono comunque immaginare, e che costituisce il vero valore dell'oggetto che hanno tra le mani. Qualcosa che va molto al di là della moda, della tendenza del momento.
Lei crede che il vintage possa aiutare ad avere un rapporto migliore con il proprio passato? Può aiutare a entrare in contatto con una dimensione centrale nella vita di ciascuno come quella della memoria?
Sicuramente. I vestiti vintage hanno una dimensione di profondità che gli consente di non essere solo vestiti, di parlare alla nostra immaginazione, e quando si comincia a entrare in contatto con questa dimensione si scoprono cose assolutamente nuove, e il passato assume contorni diversi.
La maggior parte dei vestiti, oggi, è disponibile in poco tempo e in grandissime quantità: i capi di abbigliamento sono diventati estremamente economici, vere e proprie produzioni di massa, e in quanto tali si comprano e si gettano via con grande facilità. Ovviamente quando ci si muove nell'ambito del vintage il discorso si fa totalmente diverso: questi oggetti sono talmente preziosi, e talmente pregevoli dal punto di vista della fattura, che non si possono gettare via. Credo che la consapevolezza di indossare qualcosa che ha un valore intrinseco, qualcosa che proviene dal passato e che deve essere conservato, sia molto importante, soprattutto per le persone giovani, cresciute in un contesto in cui la gran parte degli oggetti è facilmente sostituibile, con pochissima spesa e poco sforzo.
L'attenzione, quindi, è proprio puntata sull?oggetto in sé, sulle sue qualità intrinseche e sulla storia che racconta. Ma è possibile trasferire tutto questo in un'opera di narrazione? Quali sono le difficoltà che si incontrano quando si prova a trasferire in forma narrativa qualcosa riferito all'ambito del fashion, quindi a un ambito totalmente diverso?
Le difficoltà non sono poi così insormontabili: i vestiti si possono descrivere, se ne può definire il taglio, il colore, il tessuto, i dettagli, tutto in chiave molto tecnica, dando così al lettore la possibilità di immaginare davvero gli oggetti di cui si sta parlando. Ma l'aspetto tecnico non è l'unico di cui si può parlare: è possibile descrivere questi vestiti anche in chiave più lirica, facendo emergere l'apprezzamento per la loro intrinseca qualità, dato che la loro bellezza deriva dalla cura per tutti i dettagli che li compongono. In questo senso, la descrizione tecnica degli oggetti è al servizio dell'aspetto letterario del libro, perché ogni dettaglio dei vestiti di cui parlo è capace di mettere in luce il loro valore e l'apprezzamento che si può provare per loro, ed è questo quello che in definitiva resta al lettore. Il mio obiettivo, mentre scrivevo il libro, era quello di rendere piacevole per i miei futuri lettori la descrizione di questi meravigliosi oggetti vintage, di parlarne nel dettaglio senza rendere la narrazione arida o freddamente tecnica. Credo che sia più facile di quel che sembra, e la qualità intrinseca degli oggetti, la loro bellezza, è di grandissimo aiuto in questo senso.
Infine, vorremmo chiederle se ha qualche consiglio da dare a chi volesse intraprendere la strada della scrittura.
Personalmente credo che prima dei trent'anni sia quasi impossibile scrivere un libro di qualità davvero buona, perché ovviamente la narrativa non può prescindere dalla conoscenza e dall'esperienza del mondo. Di conseguenza, credo che il miglior consiglio sia quello di prepararsi a scrivere un libro nella maniera più semplice: vivendo, facendo esperienze e prendendo nota di tutto quel che succede. Scrivere racconti, scrivere in maniera anche non organizzata è un'ottima palestra, ed è importantissimo conservare questi primi tentativi di scrittura, perché non è detto che non tornino utili in futuro. Possono sembrare imperfetti, ora, ma molto probabilmente potrebbero tornare ad essere significativi in un futuro che nessuno può prevedere. In un certo senso, sono come un capo vintage, qualcosa che può riprendere vita, tornare ad avere un valore, magari dopo dieci anni. Quindi il mio consiglio è quello di leggere, scrivere, vivere e non gettare via nulla di quello che ha fatto parte del proprio passato.
Intervista di Emanuele Caon e Giulia Cupani
REDAZIONE CON ALTRI MEZZI
Per prima cosa volevamo chiederle se il vintage è stato il punto di partenza per la scrittura del suo romanzo oppure se la sua storia è nata da un'altra idea, da uno spunto diverso, che ha trovato nel vintage una nuova chiave di lettura...
Personalmente sono sempre stata interessata agli oggetti vintage, soprattutto perché ho sempre visto in loro la possibilità di essere il tramite per raccontare delle storie davvero molto buone a proposito delle persone che li hanno posseduti. Il punto centrale che mi preme sottolineare è che quando si compra un capo vintage non si acquista un semplice oggetto, ma si accetta di farsi carico della storia di coloro che l?hanno posseduto e indossato prima di noi. Questa è la prospettiva sul vintage che mi ha sempre affascinato e che ho cercato di trasporre nel mio romanzo, che infatti contiene molti passaggi tristi: c'è anche dello humor, certo, ma principalmente molta tristezza, che nasce dalla descrizione della vita dei miei personaggi, dei loro drammi e delle loro difficoltà. In questo senso il tema del vintage assume un nuovo valore, una nuova pregnanza. Questo era quello che mi interessava mettere in luce, e il vintage in questo senso è una chiave di lettura imprescindibile, il mezzo perfetto per raccontare storie.
Secondo lei i giovani si avvicinano al vintage per ragioni puramente estetiche o all'origine di questa scelta c'è un fenomeno culturale più ampio?
Quello del vintage è senz'altro un fenomeno culturale che sta conoscendo una crescita enorme in questi ultimi anni. Credo che alcune persone, specialmente i ragazzi molto giovani, comprino oggetti vintage principalmente perché sono trendy, perché sono chic, e in effetti hanno ragione, perché questi oggetti lo sono davvero. Ma io credo che le persone più adulte, invece, si avvicinino agli oggetti vintage soprattutto perché sono in grado di percepire e apprezzare molto più dei giovani che dietro quegli oggetti c'è qualcosa di più: un background insostituibile, un'altra dimensione, una storia segreta che probabilmente non conosceranno mai ma che possono comunque immaginare, e che costituisce il vero valore dell'oggetto che hanno tra le mani. Qualcosa che va molto al di là della moda, della tendenza del momento.
Lei crede che il vintage possa aiutare ad avere un rapporto migliore con il proprio passato? Può aiutare a entrare in contatto con una dimensione centrale nella vita di ciascuno come quella della memoria?
Sicuramente. I vestiti vintage hanno una dimensione di profondità che gli consente di non essere solo vestiti, di parlare alla nostra immaginazione, e quando si comincia a entrare in contatto con questa dimensione si scoprono cose assolutamente nuove, e il passato assume contorni diversi.
La maggior parte dei vestiti, oggi, è disponibile in poco tempo e in grandissime quantità: i capi di abbigliamento sono diventati estremamente economici, vere e proprie produzioni di massa, e in quanto tali si comprano e si gettano via con grande facilità. Ovviamente quando ci si muove nell'ambito del vintage il discorso si fa totalmente diverso: questi oggetti sono talmente preziosi, e talmente pregevoli dal punto di vista della fattura, che non si possono gettare via. Credo che la consapevolezza di indossare qualcosa che ha un valore intrinseco, qualcosa che proviene dal passato e che deve essere conservato, sia molto importante, soprattutto per le persone giovani, cresciute in un contesto in cui la gran parte degli oggetti è facilmente sostituibile, con pochissima spesa e poco sforzo.
L'attenzione, quindi, è proprio puntata sull?oggetto in sé, sulle sue qualità intrinseche e sulla storia che racconta. Ma è possibile trasferire tutto questo in un'opera di narrazione? Quali sono le difficoltà che si incontrano quando si prova a trasferire in forma narrativa qualcosa riferito all'ambito del fashion, quindi a un ambito totalmente diverso?
Le difficoltà non sono poi così insormontabili: i vestiti si possono descrivere, se ne può definire il taglio, il colore, il tessuto, i dettagli, tutto in chiave molto tecnica, dando così al lettore la possibilità di immaginare davvero gli oggetti di cui si sta parlando. Ma l'aspetto tecnico non è l'unico di cui si può parlare: è possibile descrivere questi vestiti anche in chiave più lirica, facendo emergere l'apprezzamento per la loro intrinseca qualità, dato che la loro bellezza deriva dalla cura per tutti i dettagli che li compongono. In questo senso, la descrizione tecnica degli oggetti è al servizio dell'aspetto letterario del libro, perché ogni dettaglio dei vestiti di cui parlo è capace di mettere in luce il loro valore e l'apprezzamento che si può provare per loro, ed è questo quello che in definitiva resta al lettore. Il mio obiettivo, mentre scrivevo il libro, era quello di rendere piacevole per i miei futuri lettori la descrizione di questi meravigliosi oggetti vintage, di parlarne nel dettaglio senza rendere la narrazione arida o freddamente tecnica. Credo che sia più facile di quel che sembra, e la qualità intrinseca degli oggetti, la loro bellezza, è di grandissimo aiuto in questo senso.
Infine, vorremmo chiederle se ha qualche consiglio da dare a chi volesse intraprendere la strada della scrittura.
Personalmente credo che prima dei trent'anni sia quasi impossibile scrivere un libro di qualità davvero buona, perché ovviamente la narrativa non può prescindere dalla conoscenza e dall'esperienza del mondo. Di conseguenza, credo che il miglior consiglio sia quello di prepararsi a scrivere un libro nella maniera più semplice: vivendo, facendo esperienze e prendendo nota di tutto quel che succede. Scrivere racconti, scrivere in maniera anche non organizzata è un'ottima palestra, ed è importantissimo conservare questi primi tentativi di scrittura, perché non è detto che non tornino utili in futuro. Possono sembrare imperfetti, ora, ma molto probabilmente potrebbero tornare ad essere significativi in un futuro che nessuno può prevedere. In un certo senso, sono come un capo vintage, qualcosa che può riprendere vita, tornare ad avere un valore, magari dopo dieci anni. Quindi il mio consiglio è quello di leggere, scrivere, vivere e non gettare via nulla di quello che ha fatto parte del proprio passato.
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Giovanni Anceschi & l'arte programmata
Negli anni Sessanta, in Italia, poteva succedere di tutto. Un gruppo di giovani artisti, scalzacani poco più che ventenni anche se supportati da un designer della levatura di Bruno Munari e da un giovane Umberto Eco, poteva allestire una mostra di arte moderna che, senza seguito da parte della critica, oscillasse tra i poli dell'originalità e della banalità per esprimere un nuovo tipo di arte e di ricerca. Arte Programmata, era questa la sfida lanciata dal Gruppo T (Giovanni Anceschi, Davide Boriani, Gianni Colombo, Gabriele De Vecchi e Grazia Varisco): arte somatica che è fragile e interattiva al tempo stesso, fondata su un'attiva partecipazione dello spettatore all'evento artistico, partecipazione che non si limita alla sfera dell'interpretazione ma che arriva a coinvolgerlo fisicamente.
È il corpo di chi guarda ad entrare nell'opera d'arte, a realizzarla nella pratica, in un primo abbozzo di interattività che poi verrà sviluppato nei decenni fino ad arrivare al mondo dell'arte e non solo come lo conosciamo oggi. Nell'opera d'arte ci si entra, la si sposta, la si prende a calci, come la scultura
di De Vecchi che pretende di essere percossa, lanciata, anche solo spostata dallo spettatore. Arte, allora, non è più un fenomeno legato all'oggetto artistico, ma esperienza della percezione dell'oggetto con il corpo. Arte cinematica; o più precisamente, arte cinestetica.
La sfida nei confronti dell'arte tradizionale e del mondo dei galleristi è sfacciata: le opere del gruppo T sono precarie, narrative: le vivono e le conoscono in pochi, solo coloro che hanno l'occasione di vederle nel loro compiersi, prima del loro definitivo e fatale degradarsi e scomparire. Perché le opere del gruppo T scompaiono a tutti gli effetti: sono installazioni fragili fatte di liquidi, polveri magnetiche e nastri che si muovono, installazioni che nella loro materialità non sono concepite per durare. Ciò che rimane è il programma dell'opera stessa, inteso come algoritmo, sequenza di commands, ordini dati ad una macchina. Non resta, per chi non può fruire in prima persona di quest'arte, che ascoltarne una descrizione, una trasposizione in parole che racconti, paradossalmente, proprio l'arte che più di ogni altra è fondata sui corpi, sul movimento, sul rapporto con lo spazio inteso nella sua accezione più concreta e fisica.
Nel 1936, Walter Benjamin aveva sottolineato la nuova sfida che poneva al mondo dell'arte l'avvento della possibilità di produrre infinite copie di ciascun oggetto, distruggendo quella che, da sempre, era stata la caratteristica peculiare dell'opera d'arte, ovvero la sua unicità, il suo darsi come oggetto irripetibile. Ma le opere del gruppo T riscoprono la loro possibilità di ripetersi, crearsi una seconda volta a quarant'anni di distanza. Nel terzo millennio appena iniziato, l'arte programmata ritrova un proprio spazio nelle gallerie, nelle mostre e nelle esposizioni, arriva fino alla Galleria Nazionale di Arte Moderna a Roma tra il 2005 e il 2006. La possibilità di riprodurre le opere è potenzialmente infinita, l'opera d'arte è ricreata dallo stesso algoritmo, dallo stesso command a distanza di quasi mezzo secolo. Ecco il turning point, ecco come l'arte programmata diventa vintage e ritorna in auge con un nuovo volto. Non più anticipatrice dei tempi, la serialità - l'humus su cui costruivano gli artisti del gruppo T - diventa fenomeno analizzabile da un punto di vista retrospettivo. Le idee che a livello tecnico e artistico muovevano i primi passi negli anni '60 sono rimaste in sordina mentre dai nastri magnetici si passava ai primi calcolatori, e poi su e ancora su verso il world wide web fino ad arrivare all'i-phone.
É proprio con l'i-phone che l'arte programmata trova una nuova chiave per rispecchiarsi in quello che era uno dei suoi principi ispiratori: l'interattività. Proprio da questo parte InNoveTempi, applicazione che riproduce, tra retrospettiva vintage e avanguardia tecnologica , un'opera realizzata da Giovanni Anceschi cinquant'anni fa. In questo modo passato presente e futuro si rincorrono, alla ricerca di nuovi modi per interpretare e interrogare i tempi in cui viviamo, i tempi in cui siamo già vissuti.
di Isacco Tognon e Giulia Cupani
REDAZIONE CON ALTRI MEZZI
Negli anni Sessanta, in Italia, poteva succedere di tutto. Un gruppo di giovani artisti, scalzacani poco più che ventenni anche se supportati da un designer della levatura di Bruno Munari e da un giovane Umberto Eco, poteva allestire una mostra di arte moderna che, senza seguito da parte della critica, oscillasse tra i poli dell'originalità e della banalità per esprimere un nuovo tipo di arte e di ricerca. Arte Programmata, era questa la sfida lanciata dal Gruppo T (Giovanni Anceschi, Davide Boriani, Gianni Colombo, Gabriele De Vecchi e Grazia Varisco): arte somatica che è fragile e interattiva al tempo stesso, fondata su un'attiva partecipazione dello spettatore all'evento artistico, partecipazione che non si limita alla sfera dell'interpretazione ma che arriva a coinvolgerlo fisicamente.
È il corpo di chi guarda ad entrare nell'opera d'arte, a realizzarla nella pratica, in un primo abbozzo di interattività che poi verrà sviluppato nei decenni fino ad arrivare al mondo dell'arte e non solo come lo conosciamo oggi. Nell'opera d'arte ci si entra, la si sposta, la si prende a calci, come la scultura
di De Vecchi che pretende di essere percossa, lanciata, anche solo spostata dallo spettatore. Arte, allora, non è più un fenomeno legato all'oggetto artistico, ma esperienza della percezione dell'oggetto con il corpo. Arte cinematica; o più precisamente, arte cinestetica.
La sfida nei confronti dell'arte tradizionale e del mondo dei galleristi è sfacciata: le opere del gruppo T sono precarie, narrative: le vivono e le conoscono in pochi, solo coloro che hanno l'occasione di vederle nel loro compiersi, prima del loro definitivo e fatale degradarsi e scomparire. Perché le opere del gruppo T scompaiono a tutti gli effetti: sono installazioni fragili fatte di liquidi, polveri magnetiche e nastri che si muovono, installazioni che nella loro materialità non sono concepite per durare. Ciò che rimane è il programma dell'opera stessa, inteso come algoritmo, sequenza di commands, ordini dati ad una macchina. Non resta, per chi non può fruire in prima persona di quest'arte, che ascoltarne una descrizione, una trasposizione in parole che racconti, paradossalmente, proprio l'arte che più di ogni altra è fondata sui corpi, sul movimento, sul rapporto con lo spazio inteso nella sua accezione più concreta e fisica.
Nel 1936, Walter Benjamin aveva sottolineato la nuova sfida che poneva al mondo dell'arte l'avvento della possibilità di produrre infinite copie di ciascun oggetto, distruggendo quella che, da sempre, era stata la caratteristica peculiare dell'opera d'arte, ovvero la sua unicità, il suo darsi come oggetto irripetibile. Ma le opere del gruppo T riscoprono la loro possibilità di ripetersi, crearsi una seconda volta a quarant'anni di distanza. Nel terzo millennio appena iniziato, l'arte programmata ritrova un proprio spazio nelle gallerie, nelle mostre e nelle esposizioni, arriva fino alla Galleria Nazionale di Arte Moderna a Roma tra il 2005 e il 2006. La possibilità di riprodurre le opere è potenzialmente infinita, l'opera d'arte è ricreata dallo stesso algoritmo, dallo stesso command a distanza di quasi mezzo secolo. Ecco il turning point, ecco come l'arte programmata diventa vintage e ritorna in auge con un nuovo volto. Non più anticipatrice dei tempi, la serialità - l'humus su cui costruivano gli artisti del gruppo T - diventa fenomeno analizzabile da un punto di vista retrospettivo. Le idee che a livello tecnico e artistico muovevano i primi passi negli anni '60 sono rimaste in sordina mentre dai nastri magnetici si passava ai primi calcolatori, e poi su e ancora su verso il world wide web fino ad arrivare all'i-phone.
É proprio con l'i-phone che l'arte programmata trova una nuova chiave per rispecchiarsi in quello che era uno dei suoi principi ispiratori: l'interattività. Proprio da questo parte InNoveTempi, applicazione che riproduce, tra retrospettiva vintage e avanguardia tecnologica , un'opera realizzata da Giovanni Anceschi cinquant'anni fa. In questo modo passato presente e futuro si rincorrono, alla ricerca di nuovi modi per interpretare e interrogare i tempi in cui viviamo, i tempi in cui siamo già vissuti.
di Isacco Tognon e Giulia Cupani
REDAZIONE CON ALTRI MEZZI
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Come un pesce fuor d'acqua
Come dissi nelle cinquecento battute che mi furono chieste per dare il mio contributo letterario alle introduzioni del vintage festival: sull'argomento ne so ben poco. Sono un illustratore e scrittore per ragazzi, non sono uno stilista, un giornalista o un designer... nemmeno un blogger. In tema potrei definirmi un semplice fruitore di vestiti, magari dai gusti accettabili, ma di certo non un appassionato ricercatore. Il mio ruolo qui è quello di "interviewer": panico! Non ho mai fatto un'intervista, non mi hanno mai fatto un'intervista e se posso evito di seguire le interviste altrui. Mi trovo quindi nella perfetta situazione del pesce fuor d'acqua: non padroneggio la forma e non conosco i contenuti. Devo rilassarmi, potrebbe essere un bene, libero dai dogmi definiti dell'universo-intervista potrei senza saperlo inventare un nuovo modo di fare interviste. Mi sembra improbabile, è come negli scacchi, la mancanza di strategia non è di certo una forma originale di difesa, nulla dev'essere lasciato al caso. Devo studiare un metodo che mi dia dei risultati soddisfacenti (originali, frizzanti, divertenti, coinvolgenti, professionali, mai banali e possibilmente emozionanti). E' veramente un traguardo irraggiungibile... farò del mio meglio.
METODO:
1-Ricercare informazioni su wikipedia per ogni intervistato (altrimenti si verificherebbero continui silenzi imbarazzanti dovuti alla mia ignoranza e alla mia incapacità di vestirla di sofismi).
2-Se la produzione mi foraggia, offrire da bere ad ogni intervistato (e a me stesso)... con la Bignardi funziona.
3-Essere breve e brillante (massimo 6 domande esposte con tutto il mio charme e la mia eloquenza... le birre serviranno anche a questo).
4-Le domande devono saper divertire senza sembrare demenziali (sarà molto dura) ed essere tecniche senza risultare noiose. Almeno una domanda deve riguardare il tema del vintage. Mi conservo un margine di domande completamente fuori luogo per spiazzare l'ospite ed allentare la tensione.
5-Creare un'empatia tra me e l'intervistato, farlo sentire a proprio agio con me (anche se io sarò assolutamente a disagio) come se fossi un vecchio compagno di bevute. Non so proprio come fare, mi affiderò all'istinto.
6-Dev'esserci un filo conduttore che unisca tutte le interviste dando un senso di unità contraddistinguendo il mio stile. Mi piacerebbe fare a tutti la stessa domanda finale, una di quelle domande un pò marzulliane che dividono categoricamente le persone in due macro-tipi (tre se l'intervistatore con un colpo di audacia si risolve in un'inattesa terza risposta brillante). Potrebbe essere questa: "Rosticceria o pasticceria?"
7-IL GESTO CREATIVO: per ottenere un esempio materiale dell'immaginario creativo dell'intervistato chiederò ad ognuno di loro di disegnare un cappello sul foglio di uno sketch book. AH, come mi sento concettuale! Alla fine delle interviste si potrebbe estendere la cosa anche allo staff.
8- A tutte le donne intervistate chiederò alla fine se mi trovano attraente. Questo è del tutto inutile nell'economia dell'intervista, serve solo a me: nel caso di un riscontro positivo (è un rischio che mi sento di correre), uscirei da quest'esperienza con una buona dose di autostima, oltre che col diploma di interviewer provetto.
Pietro Nicolaucich
Redazione Vintage Festival
Come dissi nelle cinquecento battute che mi furono chieste per dare il mio contributo letterario alle introduzioni del vintage festival: sull'argomento ne so ben poco. Sono un illustratore e scrittore per ragazzi, non sono uno stilista, un giornalista o un designer... nemmeno un blogger. In tema potrei definirmi un semplice fruitore di vestiti, magari dai gusti accettabili, ma di certo non un appassionato ricercatore. Il mio ruolo qui è quello di "interviewer": panico! Non ho mai fatto un'intervista, non mi hanno mai fatto un'intervista e se posso evito di seguire le interviste altrui. Mi trovo quindi nella perfetta situazione del pesce fuor d'acqua: non padroneggio la forma e non conosco i contenuti. Devo rilassarmi, potrebbe essere un bene, libero dai dogmi definiti dell'universo-intervista potrei senza saperlo inventare un nuovo modo di fare interviste. Mi sembra improbabile, è come negli scacchi, la mancanza di strategia non è di certo una forma originale di difesa, nulla dev'essere lasciato al caso. Devo studiare un metodo che mi dia dei risultati soddisfacenti (originali, frizzanti, divertenti, coinvolgenti, professionali, mai banali e possibilmente emozionanti). E' veramente un traguardo irraggiungibile... farò del mio meglio.
METODO:
1-Ricercare informazioni su wikipedia per ogni intervistato (altrimenti si verificherebbero continui silenzi imbarazzanti dovuti alla mia ignoranza e alla mia incapacità di vestirla di sofismi).
2-Se la produzione mi foraggia, offrire da bere ad ogni intervistato (e a me stesso)... con la Bignardi funziona.
3-Essere breve e brillante (massimo 6 domande esposte con tutto il mio charme e la mia eloquenza... le birre serviranno anche a questo).
4-Le domande devono saper divertire senza sembrare demenziali (sarà molto dura) ed essere tecniche senza risultare noiose. Almeno una domanda deve riguardare il tema del vintage. Mi conservo un margine di domande completamente fuori luogo per spiazzare l'ospite ed allentare la tensione.
5-Creare un'empatia tra me e l'intervistato, farlo sentire a proprio agio con me (anche se io sarò assolutamente a disagio) come se fossi un vecchio compagno di bevute. Non so proprio come fare, mi affiderò all'istinto.
6-Dev'esserci un filo conduttore che unisca tutte le interviste dando un senso di unità contraddistinguendo il mio stile. Mi piacerebbe fare a tutti la stessa domanda finale, una di quelle domande un pò marzulliane che dividono categoricamente le persone in due macro-tipi (tre se l'intervistatore con un colpo di audacia si risolve in un'inattesa terza risposta brillante). Potrebbe essere questa: "Rosticceria o pasticceria?"
7-IL GESTO CREATIVO: per ottenere un esempio materiale dell'immaginario creativo dell'intervistato chiederò ad ognuno di loro di disegnare un cappello sul foglio di uno sketch book. AH, come mi sento concettuale! Alla fine delle interviste si potrebbe estendere la cosa anche allo staff.
8- A tutte le donne intervistate chiederò alla fine se mi trovano attraente. Questo è del tutto inutile nell'economia dell'intervista, serve solo a me: nel caso di un riscontro positivo (è un rischio che mi sento di correre), uscirei da quest'esperienza con una buona dose di autostima, oltre che col diploma di interviewer provetto.
Pietro Nicolaucich
Redazione Vintage Festival
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Dietro le quinte della creatività
Ricerca. Questa è la parola chiave in
tutte le professioni orientate alla creatività.
Ma cos'è la
ricerca? Come si progetta un blog? Come si arriva a costruire un
video?
Cosa succede dietro le quinte della creatività?
Irene, Valentina (regista), Nicky
(grafica e art director) e Roberta (producer e pr ) cercheranno di
spiegarvi la loro visione delle cose.
Come lavorano, cosa sognano e come
credono che le cose possano o debbano cambiare.
Un dialogo aperto alla ricerca di una
soluzione creativa, una definizione aperta al termine ricerca stesso.
Una passione che le unisce e un desiderio da esaudire: condividere e
confrontarsi con teste fresche, con voi.
Il workshop "The lost innocence" è sabato 10 Settembre al Vintage Festival
CLICCA QUI PER ANDARE ALLA PAGINA DI ISCRIZIONE AI WORKSHOP
Ricerca. Questa è la parola chiave in
tutte le professioni orientate alla creatività.
Ma cos'è la
ricerca? Come si progetta un blog? Come si arriva a costruire un
video?
Cosa succede dietro le quinte della creatività?
Irene, Valentina (regista), Nicky
(grafica e art director) e Roberta (producer e pr ) cercheranno di
spiegarvi la loro visione delle cose.
Come lavorano, cosa sognano e come
credono che le cose possano o debbano cambiare.
Un dialogo aperto alla ricerca di una
soluzione creativa, una definizione aperta al termine ricerca stesso.
Una passione che le unisce e un desiderio da esaudire: condividere e
confrontarsi con teste fresche, con voi.
Il workshop "The lost innocence" è sabato 10 Settembre al Vintage Festival
CLICCA QUI PER ANDARE ALLA PAGINA DI ISCRIZIONE AI WORKSHOP
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Scrivilo sui muri
Made. Joys. Peeta. Kenny Random.
I migliori writer italiani al Vintage Festival.
Scrivetelo sui muri.
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Look for London
Il consorzio delle agenzie viaggi "Padova viaggi" in collaborazione con il Padova Vintage Festival presenta il concorso "Look For London".Un viaggio di una settimana a Londra sarà l'ambito premio per il miglior outfit "extreme vintage".
Per partecipare presentatevi il 9, 10, 11 Settembre al centro culturale San Gaetano con il vostro miglior outfit retrò.
Il consorzio delle agenzie viaggi "Padova viaggi" in collaborazione con il Padova Vintage Festival presenta il concorso "Look For London".Un viaggio di una settimana a Londra sarà l'ambito premio per il miglior outfit "extreme vintage".
Per partecipare presentatevi il 9, 10, 11 Settembre al centro culturale San Gaetano con il vostro miglior outfit retrò.



